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I 7 nani

26/04/2015 11:00

Costanza Gaia

Recensione Film,

I 7 nani

Biancaneve e i Sette Nani è un classico, un paradigma nell'universo dell'animazione, un prodotto con cui è impossibile non confrontarsi...

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Biancaneve e i Sette Nani è un classico, un paradigma nell'universo dell'animazione, un prodotto con cui è impossibile non confrontarsi. Harald Siepermann ripropone i personaggi dei Sette Nani in un tentativo così goffo da rendere il film Disney un capolavoro nemmeno sfiorato, nonostante i quasi sessant'anni di età.


Se il paragone con l'opera Disney suona troppo nostalgico, o rischia di dare adito a fraintendimenti, si può prendere il caso di un lungometraggio più recente. Shrek, per esempio, non ha inventato quasi nulla: ha gettato reti a lungo strascico nel mare magnum di orchi, incantesimi, pozioni e creature mitologiche, dimostrando quanto ingredienti apparentemente scontati possano divertire e dare origine a pietanze gustose. I Sette Nani si immette in questo filone, cercando di mimare la fiaba moderna ma arrancando a ogni curva. I personaggi antropomorfi hanno fattezze che ricordano il primo Toy Story ma caratteri degni di un episodio di Peppa pig. La cattiveria è manipolo di una strega di nome Perfidia, la principessa è bellissima e il giovane sguattero Jack è coraggioso e puro: nessuno del castello incantato della 7 Dwarves animation company si è sforzato molto per le proprie creature. Unica eccezione è un drago strampalato e sproporzionato, incapace di sputare fuoco come i suoi illustri antenati. La creatura delle fiabe e della psicologia junghiana, ridotta in schiavitù da Perfidia, è costretta ad azioni cattive che non gli somigliano: come spesso accade, il famiglio, il minion, lo scagnozzo dei cattivi ha in realtà un animo tenero e un aspetto buffo (in questo caso, ali minuscole in confronto a un corpo pasciuto) che ispira immediata tenerezza.


Un punto forte del film sono i paesaggi, gli interni e tutto ciò che fa da sfondo e da contenitore a foreste rigogliose, deserti di sabbia, distese di ghiaccio. Il castello della malvagia Perfidia è forse l'ambientazione migliore: racchiuso nel ventre delle montagne, nasconde un organismo attivo di lava e gayser. Il problema è tutto ciò che si muove e si sente attorno alle ambientazioni principali. Il doppiaggio scadente ricorda i vecchi cartoni anni Settanta, proposti per decenni sulle reti televisive minori. Realizzare un'opera destinata a un pubblico infantile non significa dare vita a una sequenza scadente di immagini estrose e grossolane, finalizzate solo a stimolare il riso immediato. Si possono fare film spassosi che, divorati da bambini e impressi nel loro cuore di adulti, modelleranno in positivo il gusto senza per forza ricorrere a gag e futile comicità slapstick. O senza che i personaggi comincino a cantare motivetti ripetitivi a cadenze regolari.



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