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Drift - Cavalca l'onda

14/05/2015 11:00

Maurizio Encari

Recensione Film,

Drift - Cavalca l'onda

Il mondo del surf abita da anni i lidi cinematografici, sia quelli più autoriali che quelli di ispirazione prettamente commerciale...

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Il mondo del surf abita da anni i lidi cinematografici, sia quelli più autoriali che quelli di ispirazione prettamente commerciale. Da Un mercoledì da leoni a Point Break, da Il silenzio sul mare a Lords of Dogtown, questa disciplina sportiva è un mezzo per raccontare storie di riscatto e di rivincita di personaggi spesso al limite, con problematiche personali più o meno marcate. Esemplare è il caso di Drift - Cavalca l'onda, film australiano del 2013 diretto a quattro mani dalla coppia di registi Ben Nott (al suo esordio) e Morgan O'Neill che vanta, in un cast di interpreti perlopiù sconosciuti al grande pubblico, la carismatica presenza del Sam Worthington di Avatar e Scontro tra titani. Apprezzato in patria dalla critica, forse anche per via delle tematiche ben impresse in quella cultura, Drift ha ricevuto opinioni più tiepide nel resto del globo e, a conti fatti, non è difficile capirne il motivo.


Sono gli anni '70: Andy e Jimmy vivono con la madre in una zona costiera dell'Australia: il primo, il fratello maggiore, lavora come operaio mentre il più giovane è un prodigio del surf. Un giorno Andy decide di aprire un negozio di equipaggiamento sportivo, ma ben presto la sua attività viene presa di mira sia dalla polizia che da un gruppo di violenti motociclisti con i quali il ragazzo ha avuto un contenzioso. Quando ingenti debiti rischiano di far tramontare il suo sogno, una nuova gara di surf dal montepremi sostanzioso potrebbe far voltare le cose per il meglio.


Perchè questo tipo di produzioni funzionino serve una passione feroce e genuina che in Drift - Cavalca l'onda manca del tutto. Su una narrazione prevedibile e personaggi stereotipati, soprattutto nel numeroso roster secondario, pare impossibile empatizzare coi protagonisti, vuoi per una caratterizzazione approssimativa, vuoi per il malriuscito mix di dramma e film sportivo. Tolte infatti l'avvincente componente spettacolare delle riprese "acquatiche" e l'accattivante colonna sonora (che spazia dal rock al pop commerciale), la potenza emotiva del racconto non riesce mai a sprigionarsi sul serio, adagiandosi su situazioni già abusate - fratelli in lite, storie di droga, love-story dal sapore classico, hippie tipicamente 70's - che inficiano qualsiasi barlume di originalità e conducono al più classico dei lieto fine. Perché, nonostante tutte le sfortune che capitano ad Andy e Jimmy, lo spettatore saprà già benissimo dove gli eventi andranno a parare. In un'atmosfera priva di guizzi e sorprese, sorretta per altro da una regia sin troppo elementare, l'unico elemento di interesse è dato dalla figura co-protagonista di Sam Worthington che, pur vittima anch'essa della banalità imperante, si eleva grazie al magnetismo del suo interprete.



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