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È arrivata mia figlia

04/06/2015 11:00

Caterina Bogno

Recensione Film,

È arrivata mia figlia

Premio del pubblico a Berlino 65 e premio speciale della giuria al Sundance, È arrivata mia figlia! è un film dalla lunga e complessa gestazione: ci sono voluti

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Premio del pubblico a Berlino 65 e premio speciale della giuria al Sundance, È arrivata mia figlia! è un film dalla lunga e complessa gestazione: ci sono voluti vent’anni e numerose modifiche perché la regista brasiliana Anna Muylaert riuscisse a portare sullo schermo questo intimo ritratto della società del suo paese.


Quando trova lavoro come domestica presso una famiglia alto borghese di San Paolo, Val (Regina Casé) affida la sua bambina a parenti che abitano nel nord del Brasile, per trasferirsi nella metropoli. Anni dopo, la figlia Jessica (Camila Màrdila) giunge a San Paolo per sostenere l’esame di ammissione alla prestigiosa facoltà di architettura e si trasferisce nella casa dove Val vive e presta servizio, con grande sorpresa della donna. L’arrivo della ragazza finirà per compromettere tutti gli equilibri sui quali si reggeva la convivenza tra Val e i vari membri della famiglia presso la quale lavora: l’imperiosa signora Barbara (Karine Teles), impegnata nel campo della moda, il signor Carlos (Lourenço Mutarelli), pseudo-artista un po’ represso - con tanto di t-shirt di band indie rock e occhiali dalla montatura spessa - e il giovane Fabinho (Michel Joelsas), un ragazzo che in Val ha trovato la complicità e il calore che sua madre non ha saputo mostrargli. Tutti quei paletti invisibili destinati a rimarcare i confini di classe (nessun radical chic progressista ne ammetterebbe apertamente l’esistenza, ma guai a spostarli anche solo di qualche cm!) verranno completamente sradicati dall’uragano Jessica, con conseguenze che toccheranno tutti quanti, a partire proprio da Val.


Con È arrivata mia figlia! Anna Muylaert racconta le tensioni sociali di un paese nel quale la divisione e la separazione tra le classi sono ancora chiaramente percepibili come lascito di uno schiavismo superato solo nei fatti ma non nella mentalità. Barbara si rivolge a Val chiedendole sempre «per favore» («Val, vieni a sparecchiare per favore!», «Val porta in tavola il gelato per favore!»), ma si infastidisce non poco quando Jessica domanda di poter dormire nella comoda stanza degli ospiti e non nello sgabuzzino destinato a sua madre. Nello scontro tra il personaggio di Val e quello di Jessica si racchiude in realtà tutto il conflitto tra le vecchie generazioni, rassegnate a occupare lo spazio che la società ha destinato loro fin dalla nascita sacrificando per questo i propri affetti, e quelle nuove, ben determinate a far valere la propria voce e a scegliere da sé il proprio avvenire, anche a costo di apparire sfrontate e arroganti. «Tu sei quasi di famiglia, lo sai!» dice Barbara a Val. Quante cose si nascondono dentro a quel piccolo quasi! È proprio qui la grandezza del film: nella sua capacità di delineare il ritratto complesso di una società a partire da una vicenda privata, raccontata attraverso dettagli che si caricano di significati profondi.



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