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Cinema Komunisto

04/06/2015 11:00

Alessia Bertolino

Recensione Film,

Cinema Komunisto

«Questa è la storia di un paese che non esiste più...

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«Questa è la storia di un paese che non esiste più... eccetto che nei film». Inizia con questa frase - un po' nostalgica e malinconica - il film documentario diretto da Mila Turajlic, risultato di un elaborato lavoro di found footage durato circa un intero anno. Cinema Komunisto raccoglie oltre trecento vecchi film jugoslavi e racconta, attraverso testimonianze di personalità rilevanti dell'epoca, la Jugoslavia di Josip Broz, detto Tito: un paese ricco di speranze ed entusiasmo, dal 1945 al 1980 sede di un'importante - anche se molto spesso dimenticata - industria cinematografica voluta dal leader in persona: la Avala Film, la cosiddetta "Hollywood dell'Est".


Del capo di Stato jugoslavo i libri di storia riportano tante informazioni, ma pochi citano il grande interesse che nutrì per la Settima Arte e soprattutto per il film in costume. Cinema inteso non solo come vincente arma di propaganda, ma anche come specchio fedele della realtà. Il parere di quest'uomo così carismatico era così influente che molti registi del tempo - tra i quali Veljko Bulajic - prima di cominciare le riprese, sottoponevano le sceneggiature al suo giudizio e alle sue annotazioni. Tito fu un vero e proprio divoratore di film: lo conferma Aleksandar Leka Konstantinovic, il suo proiezionista di fiducia, che lavorò per lui per oltre trent'anni proiettando ben 8801 pellicole nella saletta adibita ad arte nella sua residenza a Brioni, oggi ridotta a un cumulo di macerie per via dei bombardamenti. A distanza di tre decenni, Konstantinovic ricorda con affetto e nostalgia la silente amicizia nata in quegli anni di fervore cinematografico, per sprofondare poi nello sconforto nel raccontare la morte del leader jugoslavo.


Era una passione, quella di Tito, che andava al di là delle puntuali proiezioni serali nella sua fastosa residenza: fu così entusiasta per il film di Bulajic La battaglia della Neretva (1969) - poi candidato all' Oscar come miglior film straniero - che permise l'esplosione di un vero ponte che attraversava il fiume Neretva. Mila Turajlic dimostra come Josip Broz fu indubbiamente un gran motivatore non solo in politica ma anche in ambito di produzione filmica: fu infatti grazie a lui che negli studi della Avala Film passeggiarono alcuni dei più grandi interpreti e registi della scena internazionale come Alfred Hitchcock, Sophia Loren, Antony Hopkins e il diavolo hollywoodiano Orson Welles. L'intento della Turajlic era di realizzare un documentario basato sull'età d'oro di un paese dall'identità ormai perduta da decenni ma che per poco tempo ebbe l'illusione di essere l'ombelico del suo mondo. Della reale Jugoslavia, però, la regista mostra ben poco, nonostante il suo ricordo si debba soprattutto alle vecchie pellicole care a Tito, al bianco e nero e ai colori che ne testimoniano la fugace grandezza.



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