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Accidental Love

09/06/2015 11:00

Maurizio Encari

Recensione Film,

Accidental Love

Non si sa se ancora se lo pseudonimo di Stephen Greene diventerà famoso come quello ben più utilizzato di Alan Smithee, certo è che il suo primo "film" non pass

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Non si sa se ancora se lo pseudonimo di Stephen Greene diventerà famoso come quello ben più utilizzato di Alan Smithee, certo è che il suo primo "film" non passerà certo alla storia. Per chi non conoscesse l'argomento di cui stiamo parlando, un breve ed esaustivo riassunto: A.S. è il più comune nome fittizio a cui viene assegnata la regia di una pellicola disconosciuta dal reale autore e S.G. non è altro che un suo neonato emulo. Accidental Love è stato infatti un progetto travagliato sin dalla sua genesi: dietro la macchina da presa avrebbe dovuto esserci David O. Russell - il talentuoso cineasta di The Fighter, Il lato positivo e American Hustle - ma la sua versione, talmente rimaneggiata dai produttori (con nuove scene girate ad hoc, non è dato sapere da chi), è stata talmente deturpata da richiedere ben cinque anni di tempo (le riprese, iniziate nel 2008, sono terminare nel 2010) prima di uscire in distribuzione. Negli States, direttamente per il mercato on demand e in Italia in sala.


Dopo aver ricevuto la proposta di matrimonio dal fidanzato poliziotto, Alice (Jessica Biel) finisce vittima di uno strambo incidente: un chiodo le si conficca nella testa, causandole improvvise crisi isteriche e/o sessuali. Abbandonata dal suo possibile e futuro marito, la ragazza si reca a Washington per incontrare il giovane e idealista membro del congresso Howard (Jake Gyllenhaal), che promette di aiutarla e sensibilizzare l'opinione pubblica verso i problemi delle persone povere e non coperte dall'assicurazione sanitaria. Durante la loro lotta politica i due si innamorano, ma il bello deve ancora arrivare.


Se non fosse per i suoi eccessi, Accidental love potrebbe anche sembrare un film divertente, di quelle classiche commedie demenziali da domenica pomeriggio. Ma senza neanche la scusante di giocare sulle vie parodistiche, i cento minuti di visione sono "larger than life": una fiera del troppo che stroppia, incanalati su un ritmo senza tregua che propone senza sosta gag e battute, purtroppo solo in minima parte di qualità. Il film evita cadute di cattivo gusto ma al contempo si sorregge su situazioni, spesso nonsense, che giocano - con poca efficacia - con le contraddizioni del sistema sanitario e della politica statunitense, trascinando però nel vuoto narrativo qualsiasi tentativo di pseudo critica sociale. "Alice ha un chiodo in testa e trova l'amore": se già questo semplice incipit può apparire sin troppo elementare, gli sviluppi - che sfruttano senza troppa convinzione anche la carta romantica - fanno rimpiangere i fasti del trio ZAZ o di Mel Brooks. Difficile ridere oggi del priapismo di un reverendo o con dell'improbabile attacco di cuore di un'eminente personalità del Congresso. Ed è un peccato perché il cast, la Biel in testa, appare divertito e divertente in una verve morbosamente istrionica che ne spreca il grande potenziale interpretativo.



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