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Il Nemico Invisibile

20/07/2015 11:00

Erika Pomella

Recensione Film,

Il Nemico Invisibile

Evan Lake (Nicholas Cage) è considerato un vero e proprio eroe nelle schiere dell'Intelligence a stelle e strisce da quando, ventidue anni prima, torturato e a

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Evan Lake (Nicholas Cage) è considerato un vero e proprio eroe nelle schiere dell'Intelligence a stelle e strisce da quando, ventidue anni prima, torturato e a un passo dalla morte, aveva rifiutato di cedere alle minacce del terrorista Muhammad Banir (Alexander Karim). In quell'occasione, un'esplosione aveva convinto la CIA che Banir fosse morto. Anni dopo, con una malattia neuro-degenerativa che grava sulle sue spalle, Evan è costretto a confrontarsi con il fantasma del suo nemico: un nemico diventato ormai invisibile perché nascosto dal sottile mantello della morte presunta. Ma quando il passato arriva infine a bussare alla sua porta, l'agente è costretto ad andare contro i suoi stessi valori e, forse, la sua stessa lealtà.


Il nemico invisibile è la nuova pellicola di Paul Schrader, personalità non del tutto nuova in quel di Hollywood: fidato compagno di Martin Scorsese, il regista ha firmato la sceneggiatura di alcuni capolavori del maestro, quali Taxi Driver e Toro Scatenato. Un professionista che sa come costruire una storia, svilupparla e renderla pressoché indimenticabile. Purtroppo, però, quando Schrader passa dietro la macchina da presa sembra dimenticare le lezioni imparate in tanti anni di carriera. Ne era già stato un esempio The Canyons, film assolutamente mediocre, passato per il Festival di Venezia e presto dimenticato. Con Il nemico invisibile la situazione è analoga: dopo un inizio che sembra promettere bene, soprattutto per una sceneggiatura discretamente brillante, la pellicola si perde in soluzioni già viste che conducono verso lo scontato e pessimo finale. Nei panni di Evan, Nicholas Cage ripropone uno stereotipo narrativo con cui ha riempito una carriera molto spesso sopravvalutata, non riuscendo in alcun modo ad arpionare né l'empatia né l'interesse dello spettatore, che nell'arco di venti minuti si trova già a muoversi indispettito sulla poltrona, in attesa che il minutaggio della pellicola scorra verso il finale. In un patriottismo solo falsamente velato, Paul Schrader finisce con il dirigere un film caotico - perso sui confini di tre nazioni - pieno di paroloni e monologhi retorici che servono solo come riempitivo di una storia che mostra, sin da subito, le proprie crepe.



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