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Ex Machina

01/08/2015 11:00

Mattia Caruso

Recensione Film,

Ex Machina

Quando, dopo Her di Spike Jonze, pensavamo di aver definitivamente ritrovato il senso perduto di una fantascienza finalmente di nuovo in grado di farsi (tra le

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Quando, dopo Her di Spike Jonze, pensavamo di aver definitivamente ritrovato il senso perduto di una fantascienza finalmente di nuovo in grado di farsi (tra le altre cose) specchio distorto e disturbante del reale, ecco arrivare inaspettatamente - per mano di un regista esordiente con una solida esperienza di scrittura alle spalle (sue, tra le altre cose, la sceneggiatura di 28 giorni dopo e il romanzo The Beach) - un piccolo, ambizioso prodotto destinato a riscrivere le regole di un genere per troppo tempo rimasto fossilizzato nei suoi stereotipi. Ex Machina di Alex Garland, al di là di un'anima e di una struttura che riprende l'intramontabile questione dell'intelligenza artificiale - insieme a quella, ben più antica, del rapporto tra creatore e sua creazione – si camuffa nella più classica storia fantascientifica, diventando una declinazione riflessiva e tutt'altro che scontata su quei temi cardine che hanno fatto la storia di un intero genere. Da Dick ad Asimov, dai replicanti di Blade Runner alla voce senza corpo di Scarlett Johansson.


Quello che il giovane programmatore Caleb (Domhnall Gleeson) scopre quando viene invitato nella sperduta, futuristica e asettica dimora del suo geniale e folle datore di lavoro, Nathan (Oscar Isaac), non è nient'altro che un nuovo, rivisto e corretto, mostro di Frankenstein. É davvero possibile creare un'intelligenza capace non solo di replicare la coscienza umana ma di svilupparne essa stessa una propria? Con tutti i pregi e i difetti che questo comporta, essere al pari (se non al di là) di un essere umano? É quello che Nathan vorrebbe scoprire servendosi - nell'ennesima variante del test di Turing - del suo aiutante, in un crescendo emotivo dove la fantascienza si stempera ben presto nel triangolo amoroso e la macchina prende le conturbanti sembianze di un'inedita e suadente femme fatale. Tra le mura di una casa/bunker, claustrofobico laboratorio dove viene sfidata qualsiasi legge di natura, Garland mette in scena un dramma intimista, un kammerspiel dove niente è ciò che sembra e dove l'ambiguità della magnetica, bellissima Ava (Alicia Vikander) fa da motore a una vicenda che ha sempre più forti le tinte del romanzo gotico e insieme i più allarmanti interrogativi sul nostro tempo, sulla nostra natura, su ciò che siamo o che stiamo diventando.


I mondi di solitudine e le ossessioni solo intravisti in Her qui ritrovano una più forte urgenza, mentre l'uomo d'oggi finisce disarmato - inviso alla sua stessa creazione - tanto evoluto quanto irrimediabilmente solo e impotente. La manipolazione e la vulnerabilità divengono gli estremi di un'umanità alla deriva, costantemente connessa e inevitabilmente controllata, dispersa all'interno di un'alienazione che non conosce sbocchi, capace di dare la vita ma non di gestire un potere tanto grande, nell'ennesima, drammatica riproposizione del disperato volo di Icaro. Con una regia dal tocco delicato e fortemente estetizzato, Garland crea l'ambiente perfetto per un thriller trattenuto che nella sua inquietudine strisciante non trascura alcuna implicazione etica e filosofica ma che anzi la innalza a perno di un film capace di dosare sapientemente la spettacolarità in favore di una maggiore e mai scontata riflessività che guardi al confronto, al dialogo, alla parola, fino al definitivo punto di rottura. Fino a esplodere, come è inevitabile che sia quando si gioca troppo a fare Dio.



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