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Un mostro dalle mille teste

03/09/2015 11:00

Valentina Pettinato

Recensione Film,

Un mostro dalle mille teste

Il messicano Rodrigo Plà dirige un film di denuncia, che si svolge in una sola giornata

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Apre la sezione Orizzonti, in questa 72esima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, il film di Rodrigo Plà, regista messicano già noto per il suo documentario La zona, presentato nel 2007. Il suo ultimo lavoro, Un Monstruo de mil cabezas (Un mostro dalle mille teste), racconta la storia di una giovane donna disperata, Sonia Bonet (Jana Raluy) che, figlio al fianco, minaccia porta a porta chiunque si frapponga tra lei e il suo obiettivo: far ottenere all’amato marito le cure mediche che gli spettano.


Un tema di denuncia, quindi, quello al quale è dedicata la pellicola del regista messicano, che convince solo in parte. Il film, che si svolge in una sola giornata, si apre con una scena ambigua che si svela subito dopo. I gemiti che ascoltiamo sono in realtà di dolore: quelli di un marito malato di tumore e di una moglie amorevole che si prodiga per aiutarlo. Da qui in poi sarà una spedizione, quella della protagonista. Un tentativo di ottenere prima con le buone, poi con ogni mezzo, qualcosa che le spetta di diritto. Il film ha un interessante l’impianto narrativo, che si dipana attraverso un racconto "corale" della vicenda, ricorrendo alla versione di tutti i personaggi coinvolti o sfiorati e le loro testimonianze. L’epopea della giovane donna, con il suo bussare di porta in porta per ottenere quanto le spetta, viene intervallata con alcuni espedienti tecnici che danno movimento a un plot decisamente basico e a contenuti – seppur interessanti – già visti e poco dinamici. Questo tipo di messa in scena riesce a generare effetti da thriller e tiene alto il livello di tensione creando aspettative sul finale, che purtroppo non sconvolge. Quello che appare poco funzionale è il ricorso ad alcune scene grottesche, che quasi nicchiano all’ironico, usate per stemperare la dose di drammatico ma che risultano fuori luogo e posticce. Anche il ricorso a riavvolgimenti tramici per poter raccontare la stessa scena dal punto di vista di un co-protagonista appare gratuita, non essendo utile nell’economia di un film che è puro dramma e non ha virate di genere sul finale. Peccato, perché il regista ha saputo vestire in maniera innovativa un tema davvero stra-abusato dalla filmografia (la denuncia dei malfunzionamenti della sanità, i diritti negati, le trafile burocratiche) attraverso una serie di elementi che nel complesso lo rendono interessante. Ma i troppi elementi, usati per giunta senza troppa aderenza, non salvano la pellicola. Tratto dall’omonimo romanzo di Laura Santullo, il film ha il grande pregio di non cercare a tutti i costi empatia da parte dello spettatore e di raccontare una storia, facendo apparire la sua protagonista carnefice e vittima allo stesso tempo.


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