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La prima luce

19/09/2015 11:00

Valentina Pettinato

Recensione Film,

La prima luce

Marco (Riccardo Scamarcio) vive a Bari con Martina, la sua compagna di origini sudamericane, e suo figlio Mateo...

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Marco (Riccardo Scamarcio) vive a Bari con Martina, la sua compagna di origini sudamericane, e suo figlio Mateo. Il loro matrimonio è ormai a un punto di non ritorno: lei lo accusa di essere assente, lui è concentrato sul suo lavoro di avvocato. Martina decide allora di tornare nel suo paese, portandosi via il bambino. Quando Marco scopre che sua moglie gli ha portato via il figlio parte per andarli a riprendere.


Lido di Venezia, Giornate degli autori. Il nuovo film di Vincenzo Marra, La prima luce, racconta la storia di un padre che parte alla ricerca di suo figlio, portatogli via dalla moglie di cui ha perso le tracce. Il film inizia parlandoci di un Sud Italia placido e rassicurante, che si fa perdonare le poche opportunità di lavoro con la sua meravigliosa accoglienza, i suoi scorci, il suo mare luminoso. La città di Bari, nella prima parte, fa da sfondo a una messa in scena intima e incentrata sugli aspetti psicologici, in cui priorità registica sembra quella di raccontare allo spettatore la storia - attuale e drammatica - di un bambino diviso, ma amato. Le scene sono un crescendo di disagio e incomunicabilità di coppia: la decisione di fuggire via della donna, inspiegabile e repentina, stride apparentemente con le scelte stilistiche pacifiche e quiete in cui avvengono. È nella seconda parte che il film si svela e capiamo la schizofrenia tra narrato e paesaggio. Ribaltando drasticamente toni e genere si svela l’obiettivo registico: mostrare cosa ha provato la protagonista femminile in un contesto che non è proprio, tramite l’inversione di ruoli. Sarà Marco, inseguendo la moglie in Cile, a raccontarci lo stesso senso di smarrimento in un Paese straniero. Questa situazione di disorientamento - restituitaci dal punto di vista stilistico attraverso paesaggi freddi, fotografia cupa, e inquadrature rigorose - viene poi accentuata dalla narrazione, attraverso la doppia lingua e le difficoltà poste dalla legge persino a chi di legge si occupa (Marco è un avvocato).


Dal capovolgimento della situazione iniziale in poi il film acquista ritmo, ma perde presenza scenica. Apprezzabile, la scelta di non scadere in pietismo e sentimentalismi: il film è il racconto di una storia personale, che si fa universale nel ricalcare ciò che leggiamo quotidianamente senza andare alla ricerca di un colpevole, rappresentando vicende credibili da entrambi i punti di vista. La prima luce si fa, quindi, grammatica universale di sentimenti privi di genere. È solo amore filiale, puro e crudo, raccontato quasi con distacco, per evitare derive personalistiche o scivoloni morali. I personaggi però sono talmente anonimi - così svuotati di qualsiasi forma di emotività - da portare sullo schermo una storia che resta superficiale, specialmente nella seconda parte in cui quella magia che sprigionava la tematica padre-figlio scompare per lasciar posto alla lotta coniugale, alle liti giudiziarie, alla secchezza del finale. Marra realizza un prodotto abbottonato, trattenuto nelle emozioni. Un film che si regge su uno script troppo esile, che voleva forse solcare la strada del minimalismo ma rischia di essere risucchiato dalle sue debolezze.


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