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The Program

09/10/2015 11:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

The Program

Ci sono stati un tempo Fausto Coppi e Gino Bartali, che hanno vinto prima e dopo la guerra e hanno condotto le loro biciclette in salita e in volata fra le stra

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Ci sono stati un tempo Fausto Coppi e Gino Bartali, che hanno vinto prima e dopo la guerra e hanno condotto le loro biciclette in salita e in volata fra le strade di un'Europa distrutta. C'è stato Eddy Merckx, i suoi record e le sue incredibili imprese atletiche. C'è stato lo sfortunato Marco Pantani. E poi il carismatico Lance Armstrong, forse l'ultimo ad appassionare con la sua storia di tenacia sportiva; in grado di sconfiggere la malattia ma non l'ossessione del vincere a tutti i costi. Imbrogliando, se necessario. Dall'era dei grandi sportivi all'età della farmacologia agonistica, dove la performance è un dettaglio e il Programma di doping fa la differenza. Ma come lo sceneggiatore John Hodge fa recitare a uno dei suoi personaggi, un appassionato giornalista, a nessuno interessa una gara fra farmacisti. E così il ciclismo, da sport della gente, elogio della fatica e dell'onesta prestazione, è diventato la delusione che nessuno ha più voglia di seguire.


Forse anche per questo il film di Stephen Fears arriva troppo tardi. Nonostante sia la prima pellicola dedicata alla storia biografica e sportiva di Lance Armstrong, affiancata solo dal documentario The Armstorng Lie di Alex Gibney, The Program non stupisce, non appassiona e non fa nemmeno indignare più di tanto. La storia del ciclista americano è ben nota e solo da pochissimo uscita dalle cronache: la sua vicenda personale già da tempo è stata accantonata dai tifosi e dai media come la truffa al mondo sportivo di un atleta mediocre, determinato a recitare la parte del vincente. In un momento in cui il ciclismo andava in crisi e gli appassionati avevano un gran voglia di ascoltare di nuovo l'epica della fatica e della lotta (anche) contro la natura, Armstrong ha dato a tutti una lezione di teatralità sportiva. Poco altro. Il doping ha spazzato via una carriera fulminea, come anche un inganno che in qualche modo era già atteso.


Non resta così a Fears che dipingere un biopic ordinario, un processo su schermo a cui il pubblico resta indifferente e che invece serve solo a fare arrabbiare i protagonisti – quelli veri – della storia. Non solo lo stesso ciclista, che si è rifiutato di comunicare con il regista e con l'attore Ben Foster, ma soprattutto i legali di Michele Ferrari, medico di Armstrong, che hanno chiesto il sequestro del film. Ogni atleta sa che il momento in cui si taglia il traguardo è fondamentale. E così, se in The Queen Fears si inseriva nel dibattito intorno a Elisabetta II d'Inghilterra con un tempismo perfetto, dipingendo bene non solo la Regina ma anche il premier Blair e tutta la società inglese dopo la morte di Lady Diana, la storia raccontata in The Program sembra già vecchia. Sebbene il regista abbia il pregio di scaraventare lo spettatore per le strade del Tour insieme agli atleti e fargli vivere quelle stesse ossessioni, quella stessa impresa, l'intero stile di regia finisce per apparire esso stesso antico. Così come la sceneggiatura di Hodge, incredibilmente autore di Trainspotting, non risponde a una grande domanda: se Armstrong è l'atleta finito di uno sport che oggi non c'è più, a chi interessa questa storia?


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