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Mistress America

28/10/2015 12:00

Erika Pomella

Recensione Film,

Mistress America

Tracy (Lola Kirke) si è appena trasferita a New York per frequentare il college e inseguire il suo sogno di diventare una scrittrice...

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Tracy (Lola Kirke) si è appena trasferita a New York per frequentare il college e inseguire il suo sogno di diventare una scrittrice. Falliti i primi tentativi di entrare nel club del libro dell'università, Tracy si convince di avere una vita troppo scialba per poter trovare argomenti utili a scrivere racconti. Tutto cambia quando conosce Brooke (Greta Gerwig), la figlia dell'uomo che suo madre sta per sposare. Tracy viene "travolta" da Brooke e dal suo stile di vita senza punti di riferimento; dagli aneddoti, dal suo modo di percepire la vita. Decide così di sceglierla come protagonista del suo racconto, "Mistress America". Ma la vita di Brooke non è così semplice e, pian piano, Tracy comincia a notare tutti gli angoli bui che fino a quel momento aveva ignorato.


Per il suo nuovo film, Mistress America, il regista Noah Baumbach torna a scegliere la sua compagna e musa Greta Gerwig, che ha collaborato anche alla stesura della sceneggiatura. E, a ben guardare, è proprio nello script che va ricercato il punto forte della pellicola: una commedia che danza su situazioni al limite dell'assurdo per strappare un sorriso e lasciare infine allo spettatore una sensazione amara, un senso appena accennato di nostalgia. La narrazione passa attraverso dialoghi serrati, ferrei, geniali. I personaggi si caratterizzano l'un l'altro attraverso scambi di battute e aneddoti e sono proprio le parole a cucire addosso alle protagoniste i loro abiti migliori. Tracy sceglie con cura cosa mettere per iscritto, frasi che sembrano poter dare un senso alla sua vita altrimenti piatta; Brooke seleziona con cura racconti da vomitare addosso agli altri per inondarli con la propria personalità e schiacciarli sotto il peso di conversazioni infinite, utili soprattutto a nascondere le molte lacune della sua anima modaiola. Sono Brooke e Tracy - naturalmente - a tenere insieme i fili di questa commedia agrodolce, conferendole brio ma anche un'onirica riflessione.


Baumbach, però, inserisce all'interno della diegesi anche una terza protagonista: New York. La città che non dorme mai, infatti, si insinua in ogni pagina di questo racconto. Un luogo tentacolare dal quale Tracy vorrebbe farsi rapire, seguendo forse il mito della ragazza di campagna che cambia la propria vita nella grande metropoli: New York, allora, diventa simile a una sirena che ammalia ma che, al contempo, non si preoccupa di celare anche il proprio lato più pericoloso, quello che imprigiona sognatori e illusi, conducendoli molto spesso al fallimento. Agli occhi di Tracy, New York somiglia a Brooke, con i suoi party alla moda, gli amici musicisti e le riunioni con gli investitori. Ma per Brooke la Grande Mela non è altro che un teatro in disfacimento, una scena in cui vengono messi in mostra solo i lati oscuri e deboli degli esseri umani, che si trovano a danzare come ignare marionette mentre cercano disperatamente di non annegare nel mare della solitudine.


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