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Il secondo tragico Fantozzi

03/11/2015 12:00

Giovanni Miele

Recensione Film,

Il secondo tragico Fantozzi

Nel 1976, un anno dopo il successo del film d'esordio, Paolo Villaggio, ancora diretto da Luciano Salce, torna a vestire i panni dell'impiegato simbolo dell'ita

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Nel 1976, un anno dopo il successo del film d'esordio, Paolo Villaggio, ancora diretto da Luciano Salce, torna a vestire i panni dell'impiegato simbolo dell'italiano medio - o meglio, mediocre - inetto e vessato dai superiori: il ragionier Ugo Fantozzi. Formula vincente non si cambia: anche la narrazione del secondo film della saga procede per episodi e, tratto anche questo dai romanzi bestseller di Villaggio, Fantozzi e Il secondo tragico libro di Fantozzi, rappresenta un perfetto sequel del film precedente. In occasione dei quarant'anni dall'uscita del primo film, anche Il secondo tragico Fantozzi torna al cinema in versione restaurata e in formato 2K dal 2 al 4 novembre.


Le disavventure del secondo capitolo vedono ancora protagonista l’umile e disgraziato ragioniere, vittima della realtà aziendale che non gli lascia tregua: a notte fonda è costretto a fingere di fare gli straordinari in ufficio per coprire le scappatelle notturne di un suo superiore, il Duca Conte Semenzara (Antonino Faà di Bruno). Al mattino, quando prova finalmente a rientrare a casa, il fiume delle code di automobilisti che si preparano ad affrontare la nuova giornata lavorativa, travolgendolo, lo riporta di nuovo indietro a timbrare il cartellino. E, ancora, il Duca Conte costringe Fantozzi ad accompagnarlo al Casinò di Montecarlo dove il povero ragioniere deve sottomettersi a improbabili rituali scaramantici per permettere al superiore di vincere alla roulette. Tutti i dipendenti della “Megaditta” sono poi costretti a partecipare alla cerimonia per il varo della nuova turbonave dell’azienda e alla cena organizzata dalla madrina, la Contessa Sorbelloni Mazzanti Vien dal Mare (Nietta Zocchi) in onore dell’evento. Fantozzi, dopo essere stato più volte seguito dal feroce cane da guardia della contessa, è invitato al tavolo d’onore dove ha occasione di sfoggiare con la nobiltà i suoi modi tutt’altro che educati. Non mancano le gag con il fido compagno, il ragionier Filini (Gigi Reder), compagnon di una surreale battuta di caccia; e con il suo amore non ricambiato, la signorina Silvani (Anna Mazzamauro), ormai moglie del geometra Calboni (Giuseppe Anatrelli), che tradita dal marito, sfoga il suo dolore approfittando del misero ragioniere.


Il secondo capitolo è quasi sicuramente il più popolare di tutta la saga: la serie di disavventure; la successione di famosissime gag - che sono state riproposte e imitate in altri film - e le ormai celebri battute, hanno reso questo il film di maggior successo del ciclo. In questo episodio si affina il lessico fantozziano, fatto di congiuntivi errati, nomi storpiati e turpiloquio gratuito. I famosi “Merdaccia”, “Ragionier Fantocci”, “Venghi lei” - chiaro richiamo a una classe medio-borghese ignorante arricchitasi grazie ai facili mezzi - sono entrati a far parte del linguaggio comune degli italiani. Gli episodi, che si susseguono come piccoli sketch comici, paradossali e grotteschi, tornano nel secondo film e, sebbene la comicità si faccia ancora più demenziale, e a tratti volgare, permettono all’antieroe vittima per eccellenza, l’uomo medio oppresso dal potere della classe dirigente, di affermarsi nuovamente una volta come simbolo della classe lavoratrice italiana di quegli anni. Anche questo capitolo non manca di criticare gli usi e le tendenze della cosiddetta nobiltà, la classe medio-alta a cui Fantozzi non potrà mai appartenere. Stavolta il dito è puntato anche contro una certa classe sociale e politica in ascesa: gli intellettuali radical chic e la moda dei cinema d’essai. Memorabile è la sequenza del cineforum aziendale, in cui il superiore Guidobaldo Maria Riccardelli (Mauro Vestri) obbliga i dipendenti a vedere e a partecipare al dibattito su un classico film del cinema d’avanguardia russo, "La Corazzata Kotiomkin" di Serghei M. Einstein" (chiaro riferimento a La Corazzata Potemkin di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn). L’intera platea, guidata da un Fantozzi acclamato e incoraggiato, si ribellerà al cinefilo al grido di «Per me… La corazzata Kotiomkin... è una cagata pazzesca!»: sarà la prima vera forma di riscatto del misero ragioniere, alla fine comunque vittima della punizione finale alla ribellione. Peggiore dell’interminabile visione del capolavoro della cinematografia russa.



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