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Wacken 3D

18/11/2015 12:00

Roberto Semprebene

Recensione Film,

Wacken 3D

L’Heavy Metal, a distanza di svariati decenni, è ancora un fenomeno musicale poco compreso: idolatrato dai propri appassionati, condannato da tanti benpensanti

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L’Heavy Metal, a distanza di svariati decenni, è ancora un fenomeno musicale poco compreso: idolatrato dai propri appassionati, condannato da tanti benpensanti e addirittura odiato da quanti arrivano a vedervi un male intrinseco. Quasi fosse davvero la “musica del diavolo”, al pari del rock negli anni ’50. Wacken 3D è un documentario che probabilmente non sposterà di una virgola i preconcetti a favore o contro l’Heavy Metal, ma che dà sicuramente modo di calarsi nell’atmosfera del più famoso e amato festival dedicato al metallo pesante. Una visione più rotonda di un fenomeno musicale che - appare evidente - non morirà mai e potrebbe sorprendere più spettatori di quel che si pensi.


Wacken è una cittadina tedesca che una volta all’anno, a partire dal 1990, diventa il fulcro dell’universo metal, radunando ogni volta circa 70 band e 75.000 spettatori (“autolimitati”, potrebbero essere molti di più in potenza) da tutto il mondo. Vecchie glorie e novellini, uomini, donne, ragazzi. La popolazione di Wacken durante il Festival è variegata e folkloristica. Ciò che più colpisce però nel guardare il documentario, è come alla durezza e potenza della musica - e alla risposta della folla durante i concerti - corrisponda un senso generale di divertimento, rilassatezza e persino infantile ingenuità, tanto nei comportamenti che nelle risposte di partecipanti e intervistati.


L’apparenza del metallaro, spesso contraddistinto da colori scuri, pelle, borchie e trucco pesante fa da maschera ad animi spesso gentili, a persone che nella vita potrebbero essere stimati e precisi professionisti nei più disparati campi ma che nel contesto del festival danno libero sfogo alla propria fantasia, contribuendo a costruire un ambiente che sembra sospeso fra il fantasy e il cyber punk, fra il medioevale e il futuristico; in cui non è strano vedere rappresentazioni di morte e distruzione associate a palloncini e bolle di sapone. È un vero e proprio rito di catarsi quello che caratterizza Wacken e la filosofia metal. Nell’inneggiare alla violenza e nel rappresentarla, nello sporcarsi il corpo di fango e trucchi, come nell’ubriacarsi fino allo sfinimento, si celebra l’equivalente moderno di un baccanale: un rito dionisiaco che, nel concedersi la libertà di eccedere, riequilibra l’animo e ha i suoi sacerdoti in personaggi come Alice Cooper e Lemmy Kilmister, i suoi vati in gruppi come i Motorhead, gli Anthrax o i Rammstein. L’autopercezione che gli amanti del metal hanno di sé è chiara ed evidente, al punto che diventano quasi superflue le interviste in cui ci si trova ad ascoltare sempre lo stesso concetto, espresso in modi sempre nuovi: il metal ha cambiato la vita di chi lo ascolta, offrendo stimoli, ragioni ed entrando a far parte del proprio modo di essere; permettendogli di sfogare la forza delle proprie emozioni in una pratica distruttiva e innocua insieme. Finite le parole, resta il piacere di ascoltare brani immortali come "Smoke on the water" dei Deep Purple o apprezzare la perizia di tanti musicisti con i più disparati strumenti: la magia del cinema applicata a Wacken passa soprattutto per l’impianto audio.



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