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Il viaggio di Arlo

26/11/2015 12:00

Martina Calcabrini

Recensione Film, Pixar,

Il viaggio di Arlo

Dopo aver collaborato alla realizzazione di pellicole eccentriche come Gli Incredibili e Ribelle – The Brave, Peter Sohn eredita il testimone dal collega Bob Pe

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Dopo aver collaborato alla realizzazione di pellicole eccentriche come Gli Incredibili e Ribelle – The Brave, Peter Sohn eredita il testimone dal collega Bob Peterson (co-regista di UP) ed esordisce firmando Il viaggio di Arlo, un romanzo di formazione coinvolgente ed entusiasmante che accompagna la crescita fisica e interiore di un giovane eroe fino al raggiungimento della piena consapevolezza di sé.


85 milioni di anni fa, il meteorite che avrebbe dovuto colpire la Terra e causare la scomparsa dei dinosauri, si abbattè contro un altro pianeta e ne cambiò la storia. Le illese creature terrestri, dunque, inconsapevoli del pericolo scampato, continuarono a contendersi il dominio dell’universo e a condurre le loro vite come se nulla fosse accaduto. Nel frattempo, sotto la montagna Zannadilupo, nasce il piccolo Arlo, un dinosauro goffo e impacciato che non riesce ad aiutare la sua famiglia nei lavori di campagna. Quando suo padre cercherà di infondergli il coraggio necessario per affrontare le sue paure, un incidente lo porterà non soltanto a perdere l’amato genitore, ma anche ad affrontare un viaggio lungo e insidioso alla ricerca della sua identità. Imbattutosi casualmente nel cucciolo d’uomo Spot, Arlo troverà un leale compagno di viaggio e un amico sincero che lo aiuterà a superare i pericoli e a ritrovare la sua famiglia.


Dosando attentamente dramma, commedia e avventura, Peter Sohn plasma la sua opera prima come una parabola ascendente verso la scoperta della propria personalità. In uno scenario primitivo e selvaggio, pieno di montagne impervie, fiumi in piena e burrascose tempeste, il piccolo protagonista deve proteggersi dagli attacchi di creature mostruose e raccapriccianti che lo sfidano a duello come in un selvaggio film western. La sua natura sensibile e mansueta incontra l’aggressività istintuale e ferina dell’uomo non evoluto e non “addomesticato” – per dirla all’Antoine De Saint Euxpery – dando origine a un legame complementare funambolico, eppure, prepotentemente solido e reale. Laddove la comunicazione verbale non arriva, infatti, subentrano i sospiri ansiosi, i respiri affannati e le lacrime silenziose scaturite dagli affetti spezzati e dalle relazioni perdute. Utilizzando sottofondi musicali dolci e soavi, la sceneggiatrice Meg Le Fauve – già autrice di Inside Out – strizza l’occhio a prodotti come Il Re Leone e L’era glaciale ma sovverte i canoni, mischia le caratteristiche di genere e ne modifica gli stilemi, creando un’opera originale, nuova e avvincente. In questo modo, Il viaggio di Arlo si configura come una vera e propria poesia di celluloide che, utilizzando metafore e figure retoriche, esalta il valore primario della famiglia.



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