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Perfect Day

11/01/2016 12:00

Roberto Semprebene

Recensione Film,

Perfect Day

Nelle serie tv americane il ritrovamento di un cadavere in un pozzo segna l’inizio di un’indagine, con i rilievi della scientifica, le ipotesi dei detective, la

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Nelle serie tv americane il ritrovamento di un cadavere in un pozzo segna l’inizio di un’indagine, con i rilievi della scientifica, le ipotesi dei detective, la ricerca di un responsabile. Ma in una zona rossa del Kosovo, a ridosso della fine della guerra, un evento del genere rappresenta qualcosa di totalmente diverso: un problema serio di approvvigionamento per la popolazione, una questione di responsabilità fra autorità locali ed internazionali. Per il regista Fernando Leon de Aranoa un modo per raccontare i drammi della guerra senza sparare un solo colpo.


Mambru (Benicio Del Toro) guida un team di soccorso composto da B (Tim Robbins), dalla novellina - ancora troppo idealista - Sophie (Melanie Thierry) e dall’interprete Damir (Fedja Stukan). Mentre la squadra è impegnata nella rimozione di un cadavere da un pozzo di acqua potabile, la rottura della corda utilizzata impone una nuova ricerca. Nel contesto dei Balcani post-conflitto, quello che sarebbe un compito semplice diventa un'odissea che pone i membri della squadra di fronte a tutti i paradossi, la brutalità ma anche la cupa ironia del dopoguerra. Così Mambru è costretto, nel passare presso la sede dell’ONU cui fa riferimento, a prendere in squadra Katja (Olga Kurylenko), sua ex fiamma, e a portarla con sé per le strade sterrate, con i rischi che questo comporta – dalle trappole con cadaveri di mucche e mine, ai posti di blocco delle milizie locali – e consapevole che una valutazione negativa della donna, funzionario delle Nazioni Unite, potrebbe sospendere i finanziamenti che sovvenzionano la sua missione.


Con una serie di intrecci e svolte narrative efficaci e mai eccessivamente marcati, de Aranoa riesce a costruire un film grave ma al contempo scorrevole, limpido nella sua descrizione senza fronzoli delle mille difficoltà di convivenza nate nei Balcani dopo anni di guerra, incomprensioni e assurdità dovute all’applicazione di rigidi protocolli a una realtà fluida e atipica come quella in cui si trovano a operare i Caschi Blu. In questo, il regista, complice anche un cast ispirato, riesce a inserire le storie personali dei suoi protagonisti: il disincanto partecipe di Mambru, che sa come vanno le cose e fa finta di accettarlo, salvo poi farsi coinvolgere personalmente dalla storia di un bambino del posto; l’ironia e la trivialità di B, che affronta il dramma con il sorriso di una superficialità solo apparente; l’idealismo di Sophie, messo a dura prova da una realtà che non segue i protocolli; il finto distacco di Katja. Tutti gli ingredienti descritti si fondono in un film completo ed efficace, che non chiude gli occhi di fronte a ciò che non si può evitare e giudica con una sorta di benevolenza le parti in causa: persone diverse, con storie diverse e ragioni diverse, ma accomunate dalle difficoltà del loro vivere sotto lo stesso, piovoso, cielo.



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