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Astrópía

19/01/2016 12:00

Maurizio Encari

Recensione Film,

Astrópía

La bella Hildur (Ragnhildur Steinunn Jónsdóttir), bionda e con un fisico da modella, è fidanzata con Jolly (Davíð Þór Jónsson), un disonesto venditore d'auto...

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La bella Hildur (Ragnhildur Steinunn Jónsdóttir), bionda e con un fisico da modella, è fidanzata con Jolly (Davíð Þór Jónsson), un disonesto venditore d'auto. Quando il compagno viene arrestato dalla polizia, la ragazza - senza soldi e alloggio - trova riparo e conforto dalla sorella, che vive in una piccola casa con un figlio piccolo. Determinata a trovarsi un lavoro per aiutare il boyfriend dietro le sbarre, Hildur viene assunta in una fumetteria, pur essendo totalmente a digiuno dell'universo nerd. Con l'aiuto del suo boss e di alcuni avventori del negozio, impara ben presto a destreggiarsi nel mondo dei giochi di ruolo, scoprendo lati del carattere prima sconosciuti e stringendo un platonico rapporto con il timido Dagur (Snorri Engilbertsson). Nel frattempo, però, Jolly sta organizzando insieme ai suoi compagni di cella un tentativo d'evasione.


Precedente di sei anni all'omologo Knights of Badassdom (2013), Astrópía è una co-produzione europea tra Islanda, Finlandia e Regno Unito che ci trasporta nella realtà geek, tra giocatori di ruolo e le incredibili avventure che ogni nerd che si rispetti ha vissuto negli RPG cartacei. Una commedia che cerca di coniugare romanticismo ed elementi fantastici, riuscendo solo in parte nell'obiettivo: se la componente fantasy ha infatti una sua discreta forza citazionista - si sprecano gli omaggi/parodie a Il signore degli anelli, Star Wars, La storia fantastica, Matrix - non priva del fascino degli splendidi paesaggi nordici (capaci di nascondere gli evidenti limiti di budget), la base puramente filmica si regge su fondamenta non del tutto solide. Personaggi monodimensionali di puro stampo macchiettistico e risvolti narrativi improbabili penalizzano infatti le già non eccelse caratterizzazioni in gioco, trasformando l'intera operazione in un flebile divertissement per gli appassionati incapace di coinvolgere un più ampio range di pubblico. Allo stesso modo l'eccessiva vena stereotipica risulta alla lunga stancante, con nerd rappresentati nella più classica accezione degli sfigati di turno e senza alcun velo di introspezione psicologica. Gunnar B. Gudmundsson, regista esordiente autore in seguito dell'inedito Gauragangur (2010), dirige senza picchi di inventiva - con l'abusato trucco delle vignette a fumetti a collegare i vari cambi d'ambientazione - ed è incapace di infondere personalità al racconto, trovando parzialmente nella contagiosa simpatia del cast e nella bellezza di Ragnhildur Steinunn Jónsdóttir un'ancora di salvezza.



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