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Joy

27/01/2016 12:00

Caterina Bogno

Recensione Film,

Joy

David O...

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David O. Russell ha ormai costruito la propria ideale famiglia cinematografica: dopo averli diretti in Il lato positivo (2012) e in American Hustle (2013), per raccontare la storia vera di Joy Mangano il regista ha chiamato ancora una volta a raccolta Bradley Cooper, Robert De Niro e, naturalmente, Jennifer Lawrence, che con la sua interpretazione ne Il lato positivo aveva portato a casa il primo Oscar della sua promettente carriera. Quella della Mangano è la vicenda di una madre single di Long Island, divenuta tra gli anni Ottanta e Novanta un’imprenditrice di successo grazie all’invenzione di un nuovo tipo di mocio auto-strizzante, un’idea sviluppata a partire dall’esperienza di casalinga e di madre proprio per venire incontro alle esigenze di altre casalinghe e madri.


Joy (Jennifer Lawrence) è una giovane donna attorno alla quale ruota una bizzarra e complessa famiglia, che proprio nella ragazza trova il collante necessario a tenere insieme i propri caotici pezzi: convivono sotto il medesimo tetto la madre di Joy, soap opera-dipendente (Virginia Madsen); il padre (Robert De Niro), alla continua ricerca di una nuova donna della quale innamorarsi e dalla quale farsi ospitare; l’ex marito venezuelano (Édgar Ramírez), determinato a diventare il nuovo Tom Jones che, nell’attesa del successo, occupa il seminterrato; l’amata nonna Mimi (Diane Ladd) che aiuta Joy a prendersi cura dei suoi due bambini. Incastrata in una vita che, tra bollette da pagare, turni di notte e buchi nel pavimento, non sembra offrirle molte possibilità, Joy mette in campo la risorsa che la caratterizza fin da quando era una bambina dai lunghi capelli biondi e dai molti progetti per la testa: la creatività. Si batte così con tenacia e determinazione per vendere la propria invenzione, scontrandosi con la dura legge del mercato, con farabutti privi di scrupoli e, non da ultimo, con una famiglia pronta a puntarle contro il dito alla prima difficoltà, trovando infine un prezioso alleato in Neil Walker (Bradley Cooper), che la inizierà al magico mondo delle televendite.


Con Joy David O. Russell racconta una storia tipicamente americana di rivalsa sociale, mettendo significativamente al centro della vicenda una donna che fa del suo essere donna/madre/casalinga il mezzo fondamentale per trasformare il proprio destino. Se da un lato questo schema ormai consolidato potrebbe far storcere il naso, dall’altro la cornice fiabesca che costituisce l’impianto fondamentale del film – la voce narrante della nonna che esordisce dicendo «Questa è la storia di Joy» o, ancora, la nevicata posticcia che proietta la nostra protagonista nel mondo protetto di una magica boule de niege – sposta la vicenda dal piano sociale a uno più intimo e personale. Problematizzando, soprattutto, il complesso rapporto di una ragazza diventata rapidamente donna con i propri sogni d’infanzia. La pellicola tocca più generi, con continui passaggi dalla commedia al dramma, mischiando atmosfere fantastiche e camminate dal sapore tarantiniano, accostando un utilizzo pop della colonna sonora a incubi lynchiani che vedono Joy catapultata nella dimensione alienante della soap opera. Tutto condito dalle intense apparizioni di un’Isabella Rossellini allucinata e allucinante, in veste di nuova compagna del padre di Joy. Ad amalgare simili ingredienti è, inutile dirlo, Jennifer Lawrence – candidata all’Oscar come Miglior Attrice Protagonista – che torna ancora una volta a interpretare il ruolo della ragazza tosta con grande maestria anche se, forse, con meno verve rispetto a quando indossava i panni della complicata Tiffany de Il lato positivo. Il regista riesce, bene o male, a tenere insieme questi molteplici elementi, anche se nella seconda parte del film la sceneggiatura sorvola un po’ troppo rapidamente su alcuni passaggi importanti, che avrebbero meritato un maggiore approfondimento. La storia di Joy diverte, appassiona e commuove, anche se il cinema di Russell pare aver parzialmente perso la sua portata innovativa per incanalarsi in una cifra stilistica ormai collaudata.



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