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La grande scommessa

07/02/2016 11:00

Alessia Bertolino

Recensione Film,

La grande scommessa

Michael Burry (Christian Bale) è un manager schizzato e nevrotico che, nonostante il suo occhio di vetro, ci vede benissimo: talmente bene da scorgere un'insuls

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Michael Burry (Christian Bale) è un manager schizzato e nevrotico che, nonostante il suo occhio di vetro, ci vede benissimo: talmente bene da scorgere un'insulsa incrinatura in quello che avrebbe dovuto rappresentare le solide fondamenta dell'intero mercato americano, ovvero la gestione degli immobili. Gli innumerevoli calcoli e studi portano all'eccitante e sconvolgente conclusione di un imminente crollo del mercato mondiale, un disastro che banche e media fingono di non vedere. Il bizzarro manager non è il solo a prevederlo: a lui si aggiungono l'impiegato della Deutsche Bank Jared Vennet (il narratore intradiegetico Ryan Gosling), l'irascibile Mark Baum (un inaspettato Steve Carrel) e persino due giovani e inesperti investitori (John Magaro e Finn Wittrock), col banchiere in pensione Ben Rickert (Brad Pitt) a fare da mentore. Con spietato cinismo tutti scommettono contro il loro stesso paese e vincono, mentre gli Stati Uniti vanno a rotoli.


In un'America non troppo lontana il mercato finanziario appare indiscutibilmente stabile. Nel 2005 nessuno con un briciolo di buonsenso avrebbe puntato contro di esso eppure, anche in un sistema opacizzato a regola d'arte da frode e corruzione, c'è chi è riuscito a osservare e ad accorgersi - prima di chiunque altro - che qualcosa nel sistema è marcio e sta per spezzarsi. Scandita da salti temporali e fermimmagine, La grande scommessa ha un'andatura secca e a tratti trasandata, che buca ripetutamente lo schermo interpellando lo spettatore in prima persona e ponendolo in una condizione di svantaggio per ciò che riguarda i tecnicismi della finanza. Proprio qui sta lo straniamento: i complessi paroloni della gigante Wall Street sono chiariti in termini elementari da personaggi assolutamente improbabili e fuori luogo come Margot Robbie e Selena Gomez nei loro stessi panni. In questo modo il regista innesca una serie di brevi - e necessari - intermezzi a scopo "didattico" che interrompono il flusso narrativo. Tratto dall'omonimo libro di Michael Lewis, la regia autoironica e decadente di Adam McKay si aggiudica la nomination agli Oscar insieme ad altre quattro candidature: Miglior Film, Miglior Attore non Protagonista per un impeccabile Christian Bale, Miglior Montaggio, Miglior Sceneggiatura Non Originale. Una storia di personaggi che sembrano vivere in funzione del possibile/probabile guadagno: McKay li caricaturizza al massimo e allo stesso tempo si limita ad accennare alla loro vita privata, senza darle troppa importanza, in modo da mantenere stabilmente il focus sulla "lezione del giorno", ovvero l'inaspettato crollo del mercato immobiliare. La grande scommessa documenta, ironizza e induce a una presa di coscienza succulenta e acre, giusta e immorale. Un valido trampolino di lancio verso la statuetta dorata.



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