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Legend

06/03/2016 12:00

Alessia Bertolino

Recensione Film,

Legend

Negli anni Sessanta i gemelli Ronnie e Reggie Kray (Tom Hardy in una "interpretazione al quadrato") dominano la scena malavitosa dell'East End londinese prenden

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Negli anni Sessanta i gemelli Ronnie e Reggie Kray (Tom Hardy in una "interpretazione al quadrato") dominano la scena malavitosa dell'East End londinese prendendosi apertamente gioco di Scotland Yard. Stimati dal popolo e detestati dalle forze dell'ordine, i due fratelli rappresentano l'uno il tassello mancante dell'altro: Ronnie è "sanguinario e irrazionale", impulsivo e senza peli sulla lingua; Reggie è il gemello attraente, raffinato nei modi e con un infallibile fiuto per gli affari. Sarà quest'ultimo a innamorarsi di Frances (Emily Browning). Il regista Brian Helgeland fornisce un quadro, a tratti comico, della vita dei due spietati gangster. Dopo tutto, chi avrebbe mai pensato che proprio i temuti Krays, i gemelli dalla pallottola facile, fossero dei mammoni amanti di buon tè con biscotti?


Nonostante la presenza del talentoso Tom Hardy (che interpreta il ruolo di entrambi i gemelli Kray) sia quasi sempre garanzia di riuscita, stavolta l'asso nella manica restituisce una performance "mutilata", completa soltanto per metà. Se infatti il personaggio di Reggie gli calza a pennello, quello del fratello psicopatico Ronnie pare stargli stretto: non è chiaro se Hardy non abbia ben inquadrato il soggetto o se ne abbia reso una caricatura fin troppo deformata (dalla postura al timbro vocale). Ma anche qualcos'altro nuoce all'appeal del film: la voce narrante di Frances, filtrata da un malcelato vittimismo forse troppo lirico. L'esistenza di un narratore, che già di per sé smorza la drammaticità degli eventi, sposta la vicenda su un tono più favolistico; se poi si nota che la giovane racconta i fatti come se ne prendesse parte, seppure chiaramente non sia così, il voice over diventa non attendibile e fonte di fraintendimenti. A una prima visione di Legend si ha l'impressione che Helgeland avesse inizialmente architettato una miriade di progetti e che alla fine non ne abbia voluto scartare nessuno. Legend non è un noir, non è un melodramma, non è un film d'azione e allo stesso tempo è tutto questo insieme. Persino la felice coesistenza del doppio Hardy nell'inquadratura passa in secondo piano per via dell' incoerenza del progetto. L'unico elemento davvero lineare dall'inizio alla fine del film è la traccia musicale pop rock tutta anni '60, scelta da Carter Burwell.


C'è da stupirsi del risultato, specialmente ricordando opere ben più riuscite come Mystic river, Man on fire o L.A. confidential, per il quale Helgeland ricevette l'Oscar per la miglior sceneggiatura non originale. In fin dei conti tra scazzottate interfamiliari, sporche rivendicazioni di locali e pub, sentimentalismi di vario genere...Brian Helgeland si direbbe aver perso la bussola. E per ben due volte: in sceneggiatura e in fase di regia. Il risultato di un tale disorientamento è un film che pare quasi la sua prima bozza. Come qualsiasi altro remake, Legend non può sfuggire al paragone con l'opera prima The Krays (Peter Medak, 1990): e sebbene i due film tocchino diversi aspetti delle vite dei criminali, l'opera di Helgeland perde in partenza.



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