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La macchinazione

21/03/2016 12:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

La macchinazione

Nel 1995 Marco Tullio Giordana parlava di Delitto italiano, ma quella dell'omicidio Pasolini è più in generale una storia italiana...

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Nel 1995 Marco Tullio Giordana parlava di Delitto italiano, ma quella dell'omicidio Pasolini è più in generale una storia italiana. Controversa e dotata dello stesso carattere inquieto di un grande intellettuale, ugualmente inserito negli ambienti più influenti e tra coloro che non contavano niente; nelle contraddizioni e nei segreti della sua nazione. Ognuno di essi, in molti e diversi modi, l'ha ucciso nella notte fra l'1 e il 2 novembre 1975. David Grieco conosceva bene Pier Paolo Pasolini. Aveva lavorato con lui in Teorema e di nuovo sul set di Medea, dove il Poeta gli aveva affidato la Divina Callas e i suoi capricci. David Grieco, che nel 2014 si è rifiutato di prendere parte al Pasolini di Abel Ferrara, è uno che ha tutte le carte in regole per dirigere quella che – se ne accorto bene Abel – è una storia forse solo italiana. Che svela, per la prima volta così violentemente, la faccia buia di un Paese che, anche quando le incongruenze erano lampanti, ha preferito sotterrare Pasolini come l'artista inafferrabile ucciso a Ostia dalla banda del suo amante. A questa favola nera, Grieco ne preferisce un'altra: quella di un uomo colto che, nonostante la fine intelligenza, è stato schiacciato dal peso del proprio personaggio. Scomodo da spiegare, con le sue pellicole e le sue idee scandalose; difficile da tenere a bada; incauto nell'anticipare le verità di Petrolio e delle opere a venire. Grieco racconta quella che preferisce chiamare “macchinazione” ossia il progetto, studiato a più mani, per eliminare Pier Paolo Pasolini.


Al di là delle implicazioni personali, non si fa fatica a credere che David Grieco abbia detto no alla messa in scena patinata di Ferrara. La macchinazione è un film agli antipodi, un'opera politica incredibilmente fuori moda persino per il cinema italiano. Un prodotto che ha la tensione dell'inchiesta, che guarda lontanamente all'insegnamento di Francesco Rosi e non ammette alcuna flessione all'intimo o al pettegolezzo. È il ritratto riverente che un allievo e, soprattutto, un amico dedica al suo maestro scomparso e frainteso. Come se Grieco lamentasse, in ogni sequenza, oltre alla mancanza fisica di Pasolini anche la lenta dissolvenza del suo insegnamento culturale. Ed è forse stata questa sgradevole sensazione di evanescenza, a motivare la scelta del protagonista Massimo Ranieri a cui Grieco concede il vantaggio - ma anche il rischio - di una somiglianza eccezionale e superficiale. Privo dell'eleganza innata del Poeta, del suo accento e della famosa mimica, Ranieri si fa tuttavia in quattro per annullare la propria celebrità in favore di un'interpretazione accorata e convinta. Responsabile. E con questo stesso senso di responsabilità Grieco dirige un film che riporta solo il documentabile ed evita saggiamente gli abissi (spesso oscuri) della mente di Pasolini, preferendo flashback e improbabili visioni - addirittura veggenze - in cui è facile perdere il ritmo. Fatta eccezione per il finale, unico momento interessante per le scelte di regia e montaggio, La macchinazione scava troppo nelle carte e poco nell'emotività dello spettatore. Per un film che manifesta il desiderio di accendere dubbi e riaprire vecchie ferite, il distacco autoriale di Grieco finisce per cozzare con la puntigliosa verità che gli stava a cuore raccontare.



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