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L'ultima casa a sinistra (Remake)

17/06/2009 10:00

Marco D'Amato

Recensione Film,

L'ultima casa a sinistra (Remake)

Prosegue senza soluzione di continuità la lunga stagione dei remake che attingono a piene mani dal filone thriller-horror: stavolta ci troviamo di fronte a un v

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Prosegue senza soluzione di continuità la lunga stagione dei remake che attingono a piene mani dal filone thriller-horror: stavolta ci troviamo di fronte a un vero e proprio caposaldo del genere, L’ultima casa a sinistra del 1972, opera prima di quell'autentico esploratore del lato oscuro del cinema che risponde al nome di Wes Craven. All’epoca, Craven si fece produrre il film dal suo caro amico Sean Cunningham, poi regista di Venerdì 13; e ora, a ventinove anni di distanza Craven e Cunningham, di nuovo insieme, si fanno carico della produzione di questo rifacimento, affidato al regista greco Dennis Iliadis. La pellicola originale, girata con un budget risibile, ebbe un successo strepitoso negli Stati Uniti: ispiratosi a La fontana della vergine di Bergman, Craven crea l’antesignano degli splatter movies, un film che segnò un’epoca, scatenando ovunque una ridda di polemiche e finendo puntualmente tagliuzzato dalla censura di mezzo mondo - con l’Inghilterra in prima linea. The last house on the left è un film macabro, estremo, crudo e violento: nasce nel pieno della protesta contro le autorità che travolge tutto il mondo con la rivoluzione giovanile del ’68 (la “sinistra” del titolo non è del tutto casuale), in un’America sconvolta e agghiacciata dalle immagini che documentano ogni giorno l’orrore del Vietnam e di una guerra assurda. Craven realizza qualcosa che volutamente vuole sfidare qualsiasi censura, travalicare ogni limite, oltrepassare qualsivoglia barriera, provocare nello spettatore una reazione brutale, primitiva, animalesca: L’ultima casa a sinistra è il risultato di questa volontà.


La famiglia Collingwood raggiunge la propria casa sulle rive di un lago, per trascorrervi le vacanze. La diciassettenne figlia Mari (Sara Paxton) decide di passare una giornata in paese con l’amica Paige (Martha Macisaac); la conoscenza del timido Justin le porterà a cadere vittima delle angherie di tre criminali intenti a brutalizzarle in ogni modo. Convinti di aver ucciso le due ragazze, i tre assassini, sorpresi da un violento temporale, si rifugeranno proprio a casa dei Collingwood (Tony Goldwyn e Monica Potter), dove li attenderà la crudele vendetta dei genitori di Mari.


Il budget decisamente superiore permette a questo film un cast di buon livello e una maggiore cura di tutti i particolari nella scenografia; anche la regia di Iliadis è particolarmente attenta e incisiva. Si perde però quello stile documentaristico (un forte richiamo al conflitto in Estremo Oriente), secco e asciutto che era l’inconfondibile caratteristica dell’originale. L’effetto dirompente del film alla fine risulta un po’ annacquato, complice l’ammorbidimento dell’ondata di efferata violenza che riempiva l’opera di Craven. Rimane qualche scena sicuramente forte, ma qui risulta meno evidente la componente “ferina” del film, la degradazione dell’uomo ad animale in una situazione estrema (chi non ricorda la mostruosa scena dell’evirazione a morsi di uno dei tre criminali?). Tuttavia, la riflessione di fondo alla base del film rimane la stessa: di cosa siamo capaci per vendicare il dolore inferto a una persona che amiamo? E fino a che punto possiamo spingerci quando la sofferenza obnubila la nostra capacità di discernimento e confonde il nostro senso del bene e del male?


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