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Gone Baby Gone

20/09/2009 11:00

Giuseppe Salvo

Recensione Film,

Gone Baby Gone

L'esordio alla regia di Ben Affleck è un affresco tormentato tratto da un romanzo di Dennis Lehane

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Rivestire i panni di infanti in un mondo malato non è semplice. A volte l’indulgente innocenza dei bambini viene sotterrata e calpestata dalla viscida colpa di una società mai in grado di redimersi completamente, ma piuttosto capace di scivolare in un vizioso canale senza fondo. Essere agnelli in un branco di lupi è una condizione che non sempre lascia la possibilità di una scelta. E quando si ha l’opportunità di salvare o salvarsi, è davvero così chiaro il sentiero per discernere, in questa vita, giusto e sbagliato?


In un quartiere come quelle di Dorchester a Boston tutti conoscono tutto, e nessuno sa niente. Un quartiere ai margini della società, abbandonato, in balia del degrado più sordido e disperato: viverci significa vagare errabondi con le proprie sfilacciate esistenze al guinzaglio, in cerca di una speranza che si lascia attendere. Un giorno Amanda, una bambina di quattro anni scompare, mobilitando opinione pubblica, polizia, mezzi di comunicazione per trovarla, sottrarla ai carnefici e riconsegnarla alla madre. Dopo tre giorni che nessuna notizia perviene ai familiari della piccola innocente, la zia della bimba decide di rivolgersi ad una giovane coppia di investigatori privati, Patrick Kenzie e Angie Gennaro, per la prima volta alle prese con un caso del genere. I due avranno del filo da torcere dalla stessa polizia, riluttante a collaborare con degli sprovveduti alle prime armi, e dalle false verità della madre di Amanda, il cui stile di vita – tra droghe, alcool e torbide frequentazioni – poco si addice al mantenimento di una figlia. Quando il caso sembra volgere ad una triste risoluzione, ciò che sembrava concluso, altro non è se non il principio di un ben più intricato e corrotto gioco di specchi, in un oscuro labirinto di inafferrabile e inaccettabile violenza, ingiustizia e menzogna.


Ben Affleck affida il suo esordio alla regia a una tormentata vicenda di ingenuità e sogni di gloria infranti, un aspro racconto dal quale nessuno esce vittorioso, né integro. Il suo classicismo e l’essenzialità stilistica ricordano l’Eastwood di Million Dollar Baby: del regista di Mystic River (film pluripremiato e ispirato, come Gone baby gone, alla penna di Dennis Lehane) Affleck ricorda lo stesso processo di isolamento del protagonista di fronte a qualsiasi bivio importante della vita. Patrick Kenzie (che porta l’espressione sofferta del bravo Casey Affleck) è stagliato dallo sguardo della macchina da presa nella solitudine di uno spartiacque esistenziale, nella responsabilità non condivisibile di ogni decisione vitale, dove il codice morale proprio, personale, non coincide e non si piega al sistema etico prevalente. In un mondo di punti di vista, di ragioni tutte fondate e tra loro difformi, l’unica desolante verità che rimane universale è il degrado dell’umanità, che incenerisce le tappe evoluzionistiche e involve ad un selvaggio e prostrato annullamento di sé. La sospensione della scelta, quell’interstizio di desertica incertezza che precede l’assoluzione o la condanna, lascia l’amaro sedimento dello smacco.



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