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Baarìa

02/10/2009 11:00

Giuseppe Salvo

Recensione Film,

Baarìa

Tornatore approda ai luoghi amati dell’infanzia, dei padri e di un intero popolo troppo rumoroso per lasciarlo taciuto

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La profonda feritoia che si sparge tutt’attorno all’isola di Giuseppe Tornatore, percorre le maree, dissotterra campi di uliveti e si gonfia al primo soffio d’africa, per poi ricongiungersi ai crinali dei monti e separarne le vette, dividere un popolo di pescatori e pecorai dalla terraferma che fugge via e s’allontana. L’atavico afrore siculo, il pulviscolo rossiccio odoroso di zagare, l’ombra delle piantagioni lentigginose di mandorli e aranci, giungono, sospinti dal vento, nel volubile alveare della memoria. E qui si insinua, lascia i suoi sedimenti, penetra nel cuore pulsante del sentimento, e non si lascia dimenticare. Valicare la porta del vento (“Baal El Gerib”, Baarìa, Bagheria) è calpestare la terra “impareggiabile” del sole, è conquistare un’isola conquistata cento volte e ancora in balìa di suole straniere: è puntare il bastone del proprio viaggio al suolo arso e sentire per la prima volta il sapore del ritorno.


Tornatore approda ai luoghi amati dell’infanzia, dei padri e di un intero popolo troppo rumoroso per lasciarlo taciuto. Affonda gli albori del suo racconto durante il ventennio fascista e percorre, da quegli anni, mezzo secolo di storia, attraverso una guerra mondiale impercettibile – e conosciuta solo tramite la passività dei bombardamenti palermitani (di cui in alcune zone ancora oggi se ne trovano i residui) e le partenze dei reggimenti –, attraverso le utopie ideologiche e, durante gli anni della DC, gli evanescenti cortei comunisti, ai quali aggrapparsi come ad un viatico di salvezza per della gente impoverita da secoli di ingenuità latenti. La corsa di Peppino Torrenuova lungo il tempo della vita, tutto quel mondo pulsante lo coglie sulla via principale di un paese che diventa cosmo autosufficiente, vociante mercato di tradizioni e culture, di malefatte e malesorti radicate nelle aride crepe della terra, una vuccirìa di superstizioni e ritualità che diventano l’unica bibliografia a cui affidarsi e la sola storia dalla quale trarre insegnamento. Più di una memoria collettiva: memoria individuale che attinge alle immagini e ai profumi di una collettività, ignorata, alveo di ricordi sconfinato e “confinato ai margini della civiltà”.


Un’opera dovuta, maturata negli anni - come deve essere per ogni racconto autobiografico -, una narrazione ricca di quegli elementi autoctoni e strutturali che penetrano gran parte delle precedenti produzioni del regista, sparsi per poi essere raccolti nel lungometraggio più intimo. Non il capolavoro che ci si sarebbe aspettato, slegato nelle parti di commossa partecipazione emotiva da altre di più vistoso distacco. Ma, senza dubbio, un atto d’amore ad una terra che è lignaggio spirituale e carnale (per Tornatore la Sicilia, ma anche il Cinema), cercato, ricercato nei recessi di un passato personale e personalizzato, narrato attraverso stilemi, vezzi e significanti d’autore, raccontati con la calda e poetica voce del mezzo cinematografico. Il lavoro di ricostruzione di un’intera città altrove (nel caso di Baarìa, l’intero set del paese è stato creato in territorio tunisino), diventa, enfaticamente, percorso meta filmico ed emotivo comune a zingari isolani e sparuti uomini delle stelle, che navigano le vie troppo larghe di questo mondo chiamato oblio, e lasciano, in ogni angolo di strada sterrata, un granulo della propria isola intercostale.



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