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Lo spazio bianco

15/10/2009 10:00

Emidio De Berardinis

Recensione Film,

Lo spazio bianco

Maria è un insegnante di scuole serali a Napoli...

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Maria è un insegnante di scuole serali a Napoli. Dopo un’avventura con un “ragazzo padre”, scopre di essere incinta e, rimasta sola, decide comunque di portare avanti la gravidanza. Irene però nasce prematura, al sesto mese, e viene messa in una incubatrice, dove si aspetta che nasca o che muoia. Il mondo di Maria sarà delineato dalla tendina che nel reparto prematuri la divide, con Irene, dal resto dell’esistenza, dove imparerà ad aspettare, a saper attendere e a far filtrare un po’ di vita dall’esterno della bolla in cui si nasconde.


Tratto dall’omonimo romanzo di Valeria Parrella, Lo spazio bianco è la materializzazione, a volte rarefatta, a volte visionaria, dell’attesa della maternità. Maria (Margherita Buy) – un nome non scelto a caso – è madre dell’uomo, nelle sue debolezze e nella sua sofferenza. Irene infatti è subito intrappolata in un mondo claustrofobico e aspetta di nascere o forse di morire. Così Maria, che non sa aspettare, si chiude sola nell’attesa, snervante, dai secondi tutti uguali, ma che in realtà si muove, quasi impercettibilmente, e la trasformerà, aprirà in lei un lieve spiraglio al mondo esterno, la avvicinerà alle compagne di reparto e ai suoi studenti. Se le scene visionarie hanno il compito di materializzare una coscienza e uno stato d’animo, come nel felliniano balletto in sala reparto, le scene in treno, al rallentatore, anticipano il tema del film: Maria osserva la vita aldilà del vetro (o davanti all’incubatrice) nella sua immobilità quotidiana.


Francesca Comencini affronta un tema a lei caro, regalando attimi di puro lirismo in immagini: una perla che si scalfisce soltanto in lievi sbavature nella sceneggiatura e nella recitazione di alcuni attori marginali. Bravissima Margherita Buy che si spoglia per la prima volta davanti alla telecamera, degli abiti e di tutto il resto, nuda e fragile nell’attesa infinita. La fotografia di Luca Bigazzi delinea sensibilmente lo spazio “bianco”, l’agonia della speranza. Lo spettatore è coinvolto nel limbo di Irene e Maria, nella bolla di apparenza immobile, all’interno della quale si respira l’ossigeno asettico della tensione. La Comencini comunica con un linguaggio cinematografico dinamico e attuale, regalandoci un’ottima prova di cinema italiano contemporaneo.


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