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Orphan

19/10/2009 10:00

Giuseppe Salvo

Recensione Film,

Orphan

La paralizzante angoscia di fronte a devianze e turbe psichiche, procellosi poteri paranormali e insondabili coscienze della prima età, inclinazioni demoniache

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La paralizzante angoscia di fronte a devianze e turbe psichiche, procellosi poteri paranormali e insondabili coscienze della prima età, inclinazioni demoniache penetrate nell’imprevedibile universo dell’infanzia, si insinua come un gelido stillicidio di terrore: l’agghiacciante trasfigurazione del candore primaverile in oscuro e infetto mistero, offre al disagio scaturito da timori e paure indicibili un facile passaggio per scivolare fra le indifese piaghe mentali. La drammaturgia cinematografica si è introdotta sempre di buon grado fra le contorsioni cerebrali e le innocenze infrante di bambine dissociate dalla realtà, affette da disturbi mentali e derive psichiche ingovernabili. È in questa dimora al riparo dalle candide luci del giorno che Jaume Collet-Serra intraprende il lento e graduale percorso nei recessi interiori della piccola Esther, e delle malefiche intenzioni delle quali è portatrice.


Kate (Vera Farmiga) e John (Peter Sarsgaard) sono una coppia colpita dalla perdita prematura della loro terza figlia, morta durante la gravidanza. Nel tentativo di superare il dolore di quest’amore mutilato, decidono di adottare una bambina, e recatisi all’orfanotrofio locale rimangono impressionati da Esther (Isabelle Fuhrman). La piccola orfana, infatti, è una bambina dall’ottima educazione e dalle maniere aggraziate, sensibile all’arte oltre ad avere un precoce talento per la pittura. I presupposti entusiasmano i coniugi che, senza pensarci più d’una volta, la accolgono nella loro casa. Esther riesce ad instaurare da subito un forte legame con John, mentre la madre di famiglia rimane più restia nei confronti della bambina, soprattutto quando quest’ultima comincia a manifestare misteriosi lati del suo carattere. Kate sospetta che la piccola possa presentare dei disturbi della personalità, e dopo alcuni inquietanti avvenimenti ai quali Esther è sempre presente, comincia a scavare nel nebuloso passato dell'orfana.


Lasciate per un attimo fuori dalla porta gli accattivanti (chi per un motivo chi per un altro) nomi di Leonardo Di Caprio (produttore del lungometraggio con la sua Appian Way) e Paris Hilton (peggiore attrice nei Razzie Award per il primo di Collet-Serra, La maschera di cera), e anche le poco fondate accuse e le polemiche sollevate dalle associazioni americane pro-adozione contro le tematiche e la campagna pubblicitaria del film, le cui dinamiche – mero pretesto finzionale – e la portata si tengono a debita distanza dall’imbastire riflessioni sociologiche di alcun tipo. Sulla linea degli sguardi indemoniati della Carrie depalmiana, passando per le gemelle di Diane Arbus e i capelli corvini risorti da pozzi maledetti, il regista spagnolo affronta le disturbate (e disturbanti) inclinazioni di una bambina adottata. Il dramma si mantiene quindi lontano dalle implicazioni sovrannaturali dell’horror, ricalcando risvolti psicologici altrettanto opprimenti (attigui semmai agli orientamenti del più recente Joshua), e non tirandosi indietro una volta sul ciglio dell’abissale perversione della protagonista, a sua volta risoluta nel conseguire mefistofelici piani (agghiacciante la lucidità mentre si stringe il braccio nella pressa per poi incolpare Kate della frattura). E nel manipolare le menti dei parenti adottivi (fuorvia addirittura la psicologa), riesuma subdolamente contrasti intrafamiliari latenti. Le origini est-europee («tornatene in Transilvania» le urla il fratellastro), quel mistero che le avvolge il collo, e una tendenza a iniettare il veleno della discordia in chiunque, sono i riferimenti (quasi mitologici) di una malvagità oscura e diabolica, (in)credibilmente terrena. Un film che, nonostante un soggetto non propriamente originale, sa dispensare alcuni momenti di tensione davvero insostenibile (tra cui il colpo di scena finale e la sequenza del disvelamento delle pareti alla rivelatrice luce dell’acquario). Potete riaprire la porta adesso, ed entrare nella diafana camera di Esther, i cui muri celano un antro infernale di orride mistificazioni.


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