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My flesh, my blood

20/10/2009 11:00

Emidio De Berardinis

Recensione Film,

My flesh, my blood

Igor (Eryk Lubos) è un pugile che non può più combattere a causa dei numerosi danni cerebrali subiti...

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Igor (Eryk Lubos) è un pugile che non può più combattere a causa dei numerosi danni cerebrali subiti. Avendo soltanto la boxe, si ritrova solo e senza scopo se non quello di perdersi tra discoteche, droga e alcool. Quando però incontra Han Ya (Luu De Ly), si concretizza in lui il sogno di lasciare un segno del suo passaggio, la voglia di diventare padre prima che il suo cervello ceda. La ragazza è in cerca di un permesso di soggiorno per lavorare legalmente a Varsavia. I due troveranno un accordo per accontentare i desideri di entrambi.


Presentato nella sezione L'Altro cinema/Extra del Festival Internazionale del Cinema di Roma, Moja Krew è una pellicola che non lascia spazio a facili sentimentalismi. Ad un ritmo serrato e un montaggio veloce e dinamico, viene presentata una storia di emarginazione sociale, di difficoltà esistenziale, usando un linguaggio, anche cinematografico, che naviga nello squallore, nella mancanza di grazia delle aspirazioni e della vita dei personaggi. Igor, interpretato dal bravissimo Eryk Lubos, è un uomo che comunica con il mondo soltanto attraverso le mani e si trova a convivere con Yen Ha, interpretata brillantemente dall’esordiente e giovanissima Luu De Ly, una ragazza fragile e di una bellezza limpida. I due non comunicano, e nel silenzio del loro squallido accordo imparano a conoscere le diversità dell’altro fino ad affezionarsi. Ma una situazione degenerata non lascia spazio ai sentimenti. Anche le scene di sesso, nella vita irregolare di Igor, vengono presentate nella loro vacuità, utilizzando sapientemente luci e angolazioni. Una delle scene che delineano maggiormente l’impossibilità della leggerezza in un esistenza difficile è quando Yen Ha sussurra in lacrime, mentre viene stuprata da Igor, il significato del suo nome, “Yen vuol dire rondine e Ha vuol dire fiume”. Il regista Marcin Wrona, insegna che non è il ring l’unico luogo in cui si lotta e si sputa sangue, e sviluppa abilmente una storia, in linguaggio postmoderno, che non lascia respiro allo spettatore, non apre uno spiraglio all’amore e non dà possibilità alla bellezza di apparire, se non come piccoli gesti nei forti contrasti. La bella e la bestia ai giorni nostri, dove non c’è, e non può esistere, un lieto fine.



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