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American Prince

26/10/2009 12:00

Emidio De Berardinis

Recensione Film,

American Prince

Steven Prince...

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Steven Prince. Trent’anni dopo. La sua intervista, girata nel 1978, dal suo amico Martin Scorsese, è diventata negli anni un cult introvabile, fino a quando il regista Tommy Pallotta non ne intercetta l’esistenza e decide di tornare a trovare il nuovo Steven. Tra ricordi di droga, follie hippy, nottate con una Calibro Magnum e un evaso imbottito di anfetamina che avanza minaccioso brandendo un coltello da trenta centimetri, la doppia intervista rispolvera la storia del cinema e quella di un epoca.


American Prince è il ritratto di un americano al cinema. Lo è in due tempi o per mani di artisti diversi e lontani nel tempo. La pellicola si apre con la leggendaria intervista fatta nel 1978 a casa di Martin Scorsese, diretta dallo stesso regista italoamericano e da alcuni colleghi, in presenza di pochi amici. Stephen Prince ha avuto una parte in Taxi Driver ed ha assistito alla direzione di molti film di Scorsese, ha persino abitato con il regista. La sua prima intervista, durata una notte intera, è uno magico e di follia, i suoi racconti sono surreali e incantano lo spettatore incredulo di ascoltare vicende realmente accadute tra le quali una scena che Tarantino avrebbe girato in Pulp Fiction (la rianimazione da un’overdose di cocaina attraverso l’iniezione di adrenalina). È una icona Pop quella che ci restituisce Scorsese, e Tommy Pallotta recupera modalità ed episodi in una intervista più pacata, più “matura”, ma non per questo meno condita di reminiscenze interessanti, ironiche e psichedeliche. Presentato al Festival Internazionale del Film di Roma nella sezione “L'Altro Cinema/Extra”, American Prince è un interessante spaccato sulla vita di un uomo che attraverso trent’anni si racconta senza vergogna e regala curiosità sul mondo del cinema, dello spettacolo e sul significato di vivere ai margini della grande Mela negli anni.



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