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1997: fuga da New York

30/10/2009 12:00

Danilo Cristaldi

Recensione Film,

1997: fuga da New York

L’isola di Manhattan è divenuta un carcere di massima sicurezza...

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L’isola di Manhattan è divenuta un carcere di massima sicurezza. Non vi sono guardie al suo interno, ma l’intero territorio è vigilato dagli elicotteri della polizia. Nonostante i controlli, un aereo, con a bordo il presidente degli Stati Uniti (Donald Pleasence) e alcuni membri del governo, viene dirottato su un grattacielo. Il presidente riesce a salvarsi ma viene rapito dai carcerati, che non hanno alcuna intenzione di dialogare. Di conseguenza l’unico sistema per salvare il presidente è infiltrare, all’interno dell’isola, un reduce di guerra: Jena Plissken (Kurt Russell), condannato a una pena da scontare nel carcere. Ha esattamente 24 ore di tempo per farlo: in caso di fallimento della missione morirà, in caso contrario sarà libero.


John Carpenter attinge dall’estetica dei fumetti riuscendo, attraverso la costruzione di un ingegnoso apparato scenografico, a dirigere un thriller fantascientifico d’azione al di sopra della media per ricchezza di idee, invenzioni visive e tematiche trattate. La creazione di una New York in via di estinzione è geniale. Solo Carpenter poteva modellare così la Grande Mela, iniettandovi, con stravagante spavalderia, quel suo radicale cinismo che lo rende unico. Il film camuffa abilmente il suo contenuto attraverso l’originale fantasia visiva e sonora che, sotto la direzione del regista, raggiunge un’energia insolitamente inquietante e rara nei film del genere. A tratti ingolfato dagli stereotipi dell’action movie, ha il suo punto di forza nell’apocalittica sottotraccia. Smontando ironicamente (merito di Nick Castle) l’intero sistema socio-politico americano, 1997: Fuga da New York riesce ad essere attendibile e incredibilmente moderno, perfino profetico nella scena dell’attacco terroristico per mezzo di un aereo che si schianta su un grattacielo. La pellicola si avvale di una secca energia narrativa, supportata egregiamente dai notevoli contributi tecnici (fotografia di Dean Cundey, scenografia di Joe Alves). Il fascino notturno delle scene coniuga sguardo visionario e lucida percezione della realtà, permeato da quell’anomalo fascino degli ’80.



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