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Club Privé – Quattro svitati in cerca d'amore

22/11/2009 12:00

Vito Sugameli

Recensione Film,

Club Privé – Quattro svitati in cerca d'amore

Jean-Jacques, Gerard, Patrice e Serge sono quattro uomini in crisi, dediti alla conquista del mondo femminile...

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Jean-Jacques, Gerard, Patrice e Serge sono quattro uomini in crisi, dediti alla conquista del mondo femminile. Ciascuno col proprio tallone d'Achille, rappresentano quattro differenti animali per tempra e carattere: il Toro, il Leone, il Pavone e il Bruco. Le storie, sviluppate separatamente, riflettono sui temi della vita e dell'amore; le implicazioni psicologiche e sociali vengono tuttavia esplicate superficialmente, apponendo al desiderio analitico un approccio fortemente autoironico.


Michel Côté è la reincarnazione canadese di Eddie Murphy, poiché capace di reggere da solo l'intera pellicola. Egli interpreta tutti e quattro i personaggi principali; è co-regista, sceneggiatore e produttore. Ma come ha imparato dall'attore dalla risata contagiosa subito dopo aver lanciato Norbit, non è detto che riproducendo la formula vincente di qualche anno prima (Il Professore Matto) il risultato sia il medesimo. Prodotto in Canada ma recitato in francese, Club Privé è infatti il sequel di Cruising Bar, film campione di incassi del 1989, sempre interpretato da Côté e molto conosciuto in patria. Meno convincente dell'originale, soffre del morbo di chi pretende di sfruttare un'idea di successo apportando ben poche modifiche allo scheletro narrativo. Nel nostro paese Cruising Bar non è mai stato tradotto, ciò nonostante le pellicole possono essere viste indipendentemente, dato che la costruzione in sequenza si basa su linguaggi universali, ossia su sketch dalla comicità slapstick concentrati in quattro episodi montati ad incastro. La sceneggiatura è delle più superficiali: apostrofa senza approfondire, lancia pochissimi suggerimenti di tipo caratteriale sui personaggi e quasi mai riesce ad imporsi con delle battute verbali; l'ironia scaturisce in effetti dai momenti caciaroni, con incidenti assurdi e soluzioni visive divertenti. Sono più le cadute di stile che i momenti completamente riusciti, eppure il make-up, ma in particolare la performance di Michel Côté, salva in extremis un esempio concreto di sforzo creativo unidirezionale. La scelta delle canzoni non originali denota buon gusto, e anche la colonna sonora di Jean-Marie Benoît si rende piacevole all'ascolto. È vero che il ritmo cala dopo l'assaggio iniziale ma alcuni momenti demenziali rievocano il Mr. Bean d'annata.



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