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A Serious Man

08/12/2009 12:00

Marco Etnasi

Recensione Film,

A Serious Man

Si può parlare dell’eterna contrapposizione tra scienza e religione senza cadere in quello spazio buio abitato da assunti scontati e banali che niente aggiungon

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Si può parlare dell’eterna contrapposizione tra scienza e religione senza cadere in quello spazio buio abitato da assunti scontati e banali che niente aggiungono alla secolare discussione? La risposta è spesso no, a meno che non si riformuli la domanda in maniera different: possono i fratelli Coen parlare dell’eterna contrapposizione tra scienza e religione senza che il loro film risulti prevedibilmente scontato e illogico? Certo che possono, e lo dimostrano in A Serious Man, nuovo film presentato fuori concorso al Festival di Roma e che sin da subito fa intuire agli spettatori che, nonostante Joel e Ethan sfornino una media di quasi un film all’anno, il loro tenore realizzativo è in costante ascesa e non sembra proprio volersi fermare.


A Serious Man è la storia di Larry Gopnik (Michael Stuhlbarg), professore di matematica in quel 1967 dominato dagli occhiali da vista con montatura spessa e da Somebody to love dei Jefferson Airplane, all’università di un paesino imprecisato del Mid West americano (molto simile a quello in cui sono venuti alla luce i due fratellini de Il Grande Lebowski). Il professor Gopnik, vive una vita senza particolari sussulti, lineare come un’equazione: in lizza per una cattedra ordinaria presso l’università, è solito trovare pacifico rifugio nel caldo abbraccio di sua moglie Judith (Sari Lennick) e dei suoi figli Danny e Sarah. Ma, si sa, la matematica è colma di variabili incontrollabili e spietate in grado rompere il perfetto equilibrio di un’equazione, creando più di qualche grattacapo al malcapitato scienziato che vi si cimenta. Il problema è che tutte queste variabili non si presentano a Larry durante una sua lezione, ma nel corso della sua vita, quando lo Zio Arthur (Richard King) si presenta a casa Gopnik senza più un tetto sotto cui dormire o quando la moglie gli dice che si è innamorata di Sy Abelman (Fred Melamed) perché da lei considerato un uomo più serio, oppure quando uno studente cercando di corromperlo lo minaccia di diffamazione e vuole denunciarlo, o ancora quando Danny ne combina di tutti i colori a scuola e Sarah ruba i soldi dal suo portafogli per rifarsi il naso. A chi chiedere aiuto se non… ai rabbini?


A più di un anno da Burn After Reading tornano sugli schermi i fratelli Coen, o “il regista a due teste” come vengono spesso chiamati Joel e Ethan, tant’è il loro affiatamento e la loro unione sul set. Anche questa volta lo fanno con un film sublime per tutti gli amanti del cinema: A serious man riesce addirittura ad andare oltre le aspettative, contenendo, ovviamente, tutti quegli elementi che hanno fatto della filmografia dei Coen un vero e proprio filone all’interno di una più vasta cultura cinematografica, soprattutto per la caratterizzazione dei loro celebri tipi. La tensione e l’umorismo vanno a braccetto in tutte le disavventure di Larry, creando una tragicommedia che supera forse, per macabra ironia, i vari Fargo e Il Grande Lebowski. Favolosa, come sempre, è la fotografia di Roger Deakins, assiduo collaboratore dei fratelli di Minneapolis, che dà al paesino del Mid West una vitalità tipica di un piccolo centro abitato, sfumando poi verso colori più cupi, facendo presagire che quella tensione mascherata da ironia presente in tutto il film è pronta a scoppiare senza pietà in un dramma di portata epocale. Insomma un film di eccezionale fattura, forse la realizzazione che segna il salto di qualità per maturità e freddezza con cui i due fratelli riescono ad affrontare un argomento cosi difficile e spinoso come può essere l’ebraismo, e la religione in generale, senza sconfinare nell’usato di qualità, ma rimanendo - grazie ad un collage di elementi che hanno fatto di semplici storie assoluti capolavori - sempre aggrappati ad una originalità squisita e mai scontata. Imperdibile.



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