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La donna lupo di Londra

08/12/2009 12:00

Luca Lombardini

Recensione Film, film-horror, uomo-lupo,

La donna lupo di Londra

Ad undici anni esatti, Londra ritorna ad essere teatro di atti di licantropia...

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Ad undici anni esatti, Londra ritorna ad essere teatro di atti di licantropia. Nella città inglese per eccellenza la Universal ambientò il primo film con protagonista le gesta di un lupo mannaro. Nel 1946 la casa di produzione americana tenta di raschiare il fondo del barile del filone promuovendo a ruolo di “mostro” una donna. I tempi, rispetto al decennio dei ’30, sono cambiati. Ai vari Frankenstein, Dracula o La Mummia il pubblico sembra preferire tutt’altro tipo di brividi: quelli suggeriti dall’inconscio e dal mistero. Quel meta genere che risponde al nome di noir inizia a rapire l’immaginario dello spettatore più di quanto non facciano ormai le vecchie maschere gotiche. Alla rivoluzione, naturalmente, la Universal si presenta in prima linea distribuendo, tra il ’44 e il ’46, due capolavori di Robert Siodmak: La Donna Fantasma e Lo Specchio Scuro. Da qui l’idea di rivisitare il mito, traducendo in giallo quello che prima era orrore, sostituendo ai corpi irsuti e alle zanne affilate una storia di inganno ed eredità.


Peccato che l’escamotage non riesca con La Donna Lupo di Londra, senza dubbio l’anello debole della saga in questione. Diretta con ciclopica teatralità da Jean Yarbrough, passato alla storia come regista di numerosi “Gianni e Pinotto movies”, ma rimasto impresso nella memoria degli appassionati del genere grazie al cult del 1941 La notte dei pipistrelli con protagonista Bela Lugosi, la pellicola paga il pesante dazio di una sceneggiatura scritta con la mano sinistra dalla coppia Dwight V. Babcock-George Bricker: inspiegabilmente frettolosi nel suggerire a chi guarda la risolutoria chiave di lettura del presunto intrigo (il primo, e purtroppo chiarificatore, colloquio madre-figlia); e viene impietosamente tramortita da una regia si elegante e raffinata nei movimenti di macchina, ma allo stesso tempo eccessivamente statica e retrò. A poco serve la forzata tecnica del fuoricampo che, anziché aumentare le dosi di suspense, fiacca l’evolversi della narrazione annoiando nonostante la risicata durata del prodotto (appena 61 minuti). In sintesi un clamoroso buco nell’acqua dove, a lasciare insensibili, sono persino le nebbiose atmosfere notturne.


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