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Jennifer's Body

17/12/2009 12:00

Marco D'Amato

Recensione Film,

Jennifer's Body

Megan Fox divoratrice di uomini

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Sotto la locandina di Jennifer’s Body René Magritte avrebbe scritto: «questo NON è un film dell’orrore». Un paio (ma proprio due di numero) di effettacci a deturpare il bel viso di Megan Fox, due ragazzotti massacrati (ma non si vede nulla), una spruzzatina di sangue e qualche scippo dal bagaglio di tricks de L’esorcista non bastano a inserire il lavoro di Karyn Kusama nel nobile Libro Nero del Cinema. Stavolta la nostra Diablo Cody, Oscar 2008 per Juno, scrive una storia trita e banalotta che non guarda oltre il sempre numeroso pubblico di teenagers.


Jennifer (Megan Fox) e Needy (Amanda Seyfried) sono “best friends” fin da bambine e ora frequentano la stessa classe al College; la prima è la classica reginetta di bellezza della scuola e il suo unico interesse è quello di copulare il più possibile, l’altra invece è la perfetta studentessa modello con gli occhiali tutta casa e compiti. Dopo essere finita nella roulotte con i cinque componenti di un gruppo rock, Jennifer torna con un’insaziabile appetito di carne umana che mette in pericolo tutti i ragazzi del college; l’unico ostacolo alla mattanza è Needy che comincia a sospettare qualcosa quando l’amica le vomita davanti dieci litri di frattaglie. Jennifer è infatti posseduta da un demone che la costringe a mangiare uomini per mantenere il suo aspetto bello e piacevole.


Se la trama ha un sapore di deja-vu è perché è la stessa di Species, film del 1995 con Ben Kinglsey; l’unica differenza è che la splendida divoratrice di uomini non è un alieno ma un demone. Oltre all’originalità, manca pesantemente la tensione: è tutto fin troppo scontato e il brivido più grande ce lo regala la Fox quando si abbassa la zip della felpa. I personaggi poi non convincono nemmeno un po’: Megan Fox dovrebbe essere sexy (e lo è), disinibita e morbosa, invece ne esce fuori una Jennifer che si esprime con un linguaggio degno di un oste più consono a un porno che a un horror (la metafora ortofrutticola sui circoncisi è, quella sì, da brivido) e di una stupidità e insipienza assolutamente irritanti. E la Seyfried non fa molto meglio. Due rigurgiti e una levitazione rappresentano gli highlights del film. Decisamente meglio quando Kusama devia dal sentiero dell’orrore per infilarsi in quello della black comedy: qui il film diventa addirittura piacevole e, a tratti, divertente. Sicuramente riuscita e simpatica la scena dello scalcinato sacrificio a Satana fatto dal gruppo rock servendosi di una liturgia scaricata da Internet, con l’obiettivo di un futuro radioso “come quello dei Maroon 5”. Finale risibile ma con una bella citazione degli horror anni ’70.



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