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Brothers

23/12/2009 12:00

Leone Auciello

Recensione Film,

Brothers

Due fratelli, due differenti percorsi...

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Due fratelli, due differenti percorsi. Uno costruito su perfette basi esistenziali, l’altro sulla totale auto-distruzione. Apparentemente idiosincratici e divisi da vite vissute agli antipodi, i due destini sono pronti ad intersecarsi, allontanarsi e scambiarsi i ruoli in una drammatica, toccante sinfonia di eventi. Basato sulla pellicola danese del 2004, Non desiderare la donna d’altri (scritto e diretto da Susanne Bier) Brothers si divide, come i destini dei protagonisti, in due registri e locations, scenari delle dicotomiche esperienze dei due fratelli.


Un legame di sangue, ma non di spirito lega Sam e Tommy, eternamente distanti dal punto psicologico. Da una parte Sam (Tobey Maguire), Capitano dei marine, estremamente competente ed apprezzato sul lavoro, affidabile ed amato in famiglia, padre di due bambine (Bailee Madison e Taylor Grace Geae) e sposato con una vecchia fiamma del liceo, Grace (Natalie Portman). Il lato oscuro dei Cahill è invece rappresentato da Tommy (Jake Gyllenhaal), appena uscito di prigione, un passato tetro e dai contorni assai sfumati alle spalle, il classico ribelle allo sbaraglio sempre pronto alla provocazione. Il padre dei due, Hank (Sam Shepard), non perde mai l’occasione di far pendere la bilancia del giudizio morale dalla parte di Sam, visto come l’esempio cristallino da seguire, a dispetto del frustrante fallimento patito da Tommy. A far mutare ogni prospettiva giunge la partenza verso l’Afghanistan di Sam. Dopo pochi giorni di missione il marine viene considerato morto, quando il suo elicottero Black Hawk precipita, dopo uno scontro a fuoco, in prossimità di una catena montuosa. L’immenso vuoto, lasciato da Sam in famiglia, viene riempito dal “nuovo” Tommy, che, proprio in assenza del fratello, si responsabilizza, assumendo connotati paterni nei confronti delle bambine e improntando un atteggiamento amichevole nei confronti di Grace. Tuttavia Sam non è morto: insieme ad un commilitone è stato catturato dai combattenti talebani. La dicotomia è perfettamente ribaltata: mentre nel remoto Afghanistan, Sam subisce traumi che intaccano pesantemente la sua umanità, negli USA Tommy acquisisce una nuova consapevolezza di sé, allontanandosi dal suo burrascoso passato. Quando Sam inaspettatamente ritorna negli Stati Uniti, estremamente traumatizzato dai giorni di prigionia, diventa scostante e sempre più sospettoso verso il nuovo legame che unisce il fratello alla moglie. In un particolare gioco delle parti i due ruoli si sono invertiti e il legame fraterno subisce una nuova inaspettata virata psicologica ed emotiva.


Dopo quattro anni di silenzio, in seguito alla realizzazione del biopic su 50 Cent, Get Rich or Die Tryin', stroncato dalla critica mondiale, torna alla regia l’irlandese Jim Sheridan. Il movie maker torna al suo passato e al suo habitat filmico più abituale (ben più corpose ed importanti le sue precedenti opere, Nel nome del padre e Il mio piede sinistro): un’opera drammatica dalle tinte estremamente forti. L’opera di redenzione cinematografica è, tuttavia, riuscita solamente in parte. Se si analizzano le tematiche toccate dal film (il ruolo mortifero della guerra anche dal punto di visto psicologico, la possibilità eterna del perdono, i legami interfamiliari) si apprezza lo sforzo di coniugarle in un unico plot e di metterle in scena su due diverse ambientazioni. Usando le categorie aristoteliche si può però affermare che le buone intenzioni del regista e dello sceneggiatore David Benioff (Troy, Stay - Il labirinto della mente, Il cacciatore di aquiloni) rimangono in potenza, ma non si verificano poi in atto. Perdura per tutta la pellicola una sensazione di incompiutezza, un’astrattezza emotiva, in cui i rapporti tra i personaggi - soprattutto il legame chiave tra i fratelli - sono sfiorati, ma rimangono in un limbo scenico. Le anime dei protagonisti fluttuano, ma non assumono quel peso, che avrebbe reso la pellicola memorabile. Rimangono impresse alcune scene (molto toccante tutta la parte di Sam del post-guerra), ma il film scorre senza catturare emozionalmente lo spettatore. Si apprezza comunque la presenza di tre simboli del nuovo panorama hollywoodiano (Maguire-Gyllenhall-Portman), la cui performance recitativa si attesta su livelli ottimi. Il cast è impreziosito dalla presenza di due nuovi astri del firmamento cinematografico: davvero sorprendente la maturità interpretativa di Bailee Madison (già apprezzata in Un ponte per Terabithia) e Taylor Geare, neanche vent’anni in due, ma capaci di tenere corda ai più “anziani” e collaudati colleghi.



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