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Fuga per la vittoria

20/01/2010 12:00

Marco D'Amato

Recensione Film,

Fuga per la vittoria

Un inno a quello che, almeno per noi mediterranei, è lo sport più bello del mondo

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In piena Seconda Guerra Mondiale, in un campo di prigionia tedesco, il maggiore Von Steiner (Max Von Sydow), con un passato da giocatore professionista, riconosce tra i detenuti britannici l’ex calciatore della Nazionale inglese John Colby (Michael Caine) e gli propone una gara amichevole tra una selezione di alleati prigionieri e la nazionale tedesca. I coordinatori della Resistenza all’interno del campo temono sia un’operazione propagandistica, ma Colby decide comunque di creare ed allenare la squadra da opporre ai tedeschi. Tuttavia, quando l’evento sfugge di mano a Von Steiner diventando l’ennesimo tamburo della grancassa propagandistica nazista con tanto di partita da disputare a Parigi, nel leggendario stadio Colombes, la Resistenza organizza la fuga dell’intera squadra nell’intervallo tra il primo e il secondo tempo.


Lo sport come riscatto sociale e umano. Il calcio come veicolo di orgogliosa rinascita per chi ha perso tutto. Fuga per la vittoria è un inno, un peana dedicato all’incredibile spirito di aggregazione che anima quello che, almeno per noi mediterranei, è lo sport più bello del mondo. Il film, decisamente improbabile e fin troppo consolatorio, col trionfo buonista del finale, si ispira, come altre pellicole (in primis Il terzo tempo, ben più aderente alla realtà e senza happy ending) alla tristemente famosa “partita della morte” che nel 1942 vide affrontarsi a Kiev una selezione di giocatori di Dinamo e Lokomotiv e una squadra di ufficiali nazisti. Consci che la vittoria avrebbe significato morte certa, gli ucraini vinsero lo stesso, andando incontro a torture, lager e fucilazioni. Nel cast, oltre a Sylvester Stallone nel ruolo dello yankee Hatch, a digiuno delle più elementari regole del calcio e quindi utilizzato come portiere, un plotone di ex giocatori e di vere e proprie leggende viventi del football, da Van Himst a Deyna, da Ardiles a Bobby Moore, per finire addirittura con O rey in persona, Pelé. Nell’ingenuità della trama, John Huston punta a esaltare l’animus pugnandi e le singole prodezze dei giocatori, facendone undici paladini della voglia di rivalsa di un popolo che non smette di incitarli nemmeno per un secondo, celebrando quella sorta di unico rito collettivo che è il calcio. Così la rovesciata vincente di Fernandez/Pelè riproposta al rallentatore e il calcio di rigore parato da Hatch/Stallone, si fondono con l’incessante “victoire” proveniente dagli spalti e con la Marsigliese cantata nelle fasi finali della gara, in uno stadio ormai impossibile da controllare per le guardie tedesche. Non casuale la scelta dello stadio Colombes, teatro della finale mondiale del 1938 vinta dall’Italia che, in maglia nera e con il braccio destro alzato durante l’esecuzione degli inni, fu subissata di fischi dai tifosi francesi. Visione obbligata per chi pensa che il calcio non sia solo uno sport.



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