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Ong-Bak - Nato per combattere

31/01/2010 12:00

Giacomo Ferigioni

Recensione Film,

Ong-Bak - Nato per combattere

A distanza di qualche anno, gli amanti di cinema si ricorderanno dell'uscita nelle sale di Ong-Bak - Nato per combattere, accompagnato per l'occasione da un pro

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A distanza di qualche anno, gli amanti di cinema si ricorderanno dell'uscita nelle sale di Ong-Bak - Nato per combattere, accompagnato per l'occasione da un profluvio di frasi ad effetto crea-hype dalla forma di tagline: "Il nuovo Bruce Lee!", "Il nuovo Jackie Chan!" "Il ritorno del gongfupian!". Per inciso, il gongfupian è il film di arti marziali (soprattutto quello di produzione cinese), un genere molto alla moda nel paese d'origine, capace anche di conquistarsi una discreta audience anche nel belpaese. Perché è chiaro che un film come Ong-Bak - Nato per combattere non può far certo gola a tutti; così come è chiaro che non potrà soddisfare tutti i palati. Il film di Prachya Pinkaew affonda le proprie radici proprio in quella tradizione storica di genere, adottandone gli stilemi e cercando di ripulirli per adattare il prodotto ai tempi che corrono.


La trama - che può essere riassunta in una frase (Ting deve recuperare la statuetta di una divinità, Ong-Bak appunto, trafugata dal suo villaggio da una banda di mascalzoni) costituisce una sorta di canovaccio all'interno del quale lo stesso regista e Panna Rittikrai, coreografo di Jaa, si sono divertiti a inserire più occasioni possibili per permettere al protagonista di diventare una letale macchina da guerra. Il film è costruito tutto attorno alla figura di Tony Jaa, solitamente artista marziale e coreografo di se stesso: un attore che possiede tutti i requisiti per inchiodare il pubblico davanti allo schermo. Lo stile di Jaa, che combatte soprattutto a mani nude è infatti veloce e letale, bello da vedere e pure difficile da credere. E sicuramente questo è uno dei motivi per cui Prachya Pinkaew concede poco al montaggio, regalandoci lunghi piani sequenza (talvolta traballanti) a dimostrazione che è tutto vero, concedendo allo spettatore disattento dei replay (comunque troppi) perché questo possa riapprezzare l'ennesima evoluzione del protagonista ma anche preoccuparsi della sorte degli stuntmen costretti a prendersi a calci e gomitate di simil fattura.


Un pubblico in astinenza da gongfupian sicuramente non potrà che apprezzare una produzione simile; e non è detto che lo stile di Jaa non possa catturare anche un pubblico più generico. Certo è che Ong-Bak non è privo di difetti: la trama poteva fare più affidamento sull'autoironia (Jackie Chan insegna) e dare un minimo di carisma ai personaggi - i personaggi secondari sono così vuoti, odiosi e stereotipati che ricordano quelli dei film prodotti da Luc Besson; e forse non è un caso che lo stesso Besson abbia dispensato elogi per il film e lo abbia distribuito in Francia con EuropaCorp - i dialoghi sono così monocordi da essere imbarazzanti. Ma in un film come questo, sicuramente i dialoghi non rappresentano il punto di forza delle dinamiche narrative.



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