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Dog Soldiers

01/03/2010 12:00

Luca Lombardini

Recensione Film,

Dog Soldiers

Un plotone di sei soldati, impegnati in un’esercitazione nelle foreste scozzesi, si imbatte nell’unico sopravvissuto di un’unità speciale dell’esercito inglese.

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Un plotone di sei soldati, impegnati in un’esercitazione nelle foreste scozzesi, si imbatte nell’unico sopravvissuto di un’unità speciale dell’esercito inglese. Il resto della squadra è caduto sotto gli orribili attacchi di un nemico dalle sembianze animalesche.


L’esordio del britannico Neil Marshall padroneggia di già molte delle doti che renderanno celebri i successivi The Descent e Doomsday; vale a dire incontrollato trasporto per la tradizione horror e scanzonata predisposizione alla mescolanza dei generi, meglio ancora se tra loro apparentemente incongruenti. Dog Soldiers è poetica in embrione, primo passo mosso nel lungometraggio da un regista destinato a confermarsi a breve come eccellente intrattenitore di sala. Rarissimo esempio recente di riuscito prodotto riconducibile al tema della licantropia: la pellicola si manifesta come una favola nera (esemplificativa la scena finale) attraversata da simbologie medioevali (la spada usata come arma) e da modelli di ispirazione nemmeno tanto nascosti (I guerrieri della palude silenziosa di Walter Hill e Zulù di Cyril Endfield, quest’ultimo addirittura citato in un dialogo); durante la quale la figura del lupo mannaro viene riletta e utilizzata al fine di suggerire metaforicamente la barbarie che sta alla base del codice militare. Morale e ruoli vengono capovolti fin dall’incipit: l’uomo, per potersi definire vero soldato, deve trasformarsi in bestia, quindi uccidere a comando, soprattutto se in presenza di un essere più debole e indifeso. Si passa dal cane da fiuto assassinato a sangue freddo in apertura di racconto, all’occupazione coatta di una casa sperduta tra i boschi, mentre i licantropi vengono rappresentati come creature mosse dal sentimento di difesa verso la loro proprietà: famiglia unita nel volersi riappropriare delle proprie mura domestiche cadute preda dell’estranea intrusione di un plotone armato, intento a rifocillarsi con il loro cibo e a difendersi facendo sfregio della loro proprietà.


Marshall bilancia al meglio il duplice registro narrativo, spaziando dalle battute tra camerati al clima di terrore asserragliato, abusa senza eccedere di dettagli cruenti e dice personalmente la sua all’interno del filone, mettendo per la prima volta in scena un contagio che, anziché tramite morso, riesce a trasmettersi anche grazie ad un semplice graffio. Giustificatamente leggero in alcuni passaggi di scrittura, particolareggiato il giusto in fase di presentazione e approfondimento caratteriale dei personaggi, Dog Soldiers rappresenta lo step iniziale di un minestrone di richiami e immagini che troverà il suo punto d’arrivo in Doomsday. Ultimo esempio di genere - che non sia statunitense - diretto con la mano dell’appassionato e la personalità di chi non teme che il suo cinema venga definito popolare.



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