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Io sono l'amore

19/03/2010 11:00

Angelica Tosoni

Recensione Film,

Io sono l'amore

La famiglia Recchi e l'alta borghesia milanese secondo Luca Guadagnino

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In una Milano innevata ha inizio la vicenda della famiglia Recchi. L’algida Emma, madre affettuosa e moglie remissiva, di origine russa è ormai intrappolata in una piccola vita borghese. Grazie ad Edoardo, il figlio maggiore, incontra Antonio, un giovane cuoco che non ha nulla a che spartire con la società benestante milanese, ma che sa ancora vivere di sogni ed emozioni. Le cose cambiano a Villa Recchi: la figlia Elisabetta va a vivere a Londra, senza paura di essere se stessa ed Edoardo viene designato, insieme al padre, dal nonno paterno, alla guida dell’azienda di famiglia. Grazie all’incontro con Antonio la vita di Emma cambia e il dramma si compie.


Peccato non si possa osannare completamente un film che ha tutte le premesse (regista, sceneggiatori, cast, colonna sonora, fotografia) per essere una pellicola interessante e che anche nelle pecche mostra una onestà intellettuale ineccepibile, disdegnando scorciatoie e furberie. Va detto che il regista Luca Guadagnino vanta un coerenza spiazzante, non rende le cose facili al pubblico, non pretende la complicità dello spettatore. Io sono l’amore è molti film insieme: una molteplicità di registri narrativi e simbolici costruiscono una rete di rapporti tra personaggi, tra realtà esterna e mondo interiore, non del tutto convincente. Belli i dettagli di cose e persone, pregevole l’attenzione all’ambientazione che molto dice della famiglia Recchi e dell’alta borghesia milanese, ma Io sono l’amore soffre di uno dei mali peggiori: non riesce ad essere coinvolgente. L’intersecarsi continuo dei piani induce ad una mancanza di direzione che alla lunga infastidisce. Gli attori non sembrano essere a proprio agio con personaggi troppo esemplari per essere veri. Pare che l’intenzione degli sceneggiatori sia stata quella di investire i protagonisti del film di una forza paradigmatica tale da impoverirne la portata drammatica. Anche Emma, interpretata da Tilda Swinton, nella sua evoluzione è tutto sommato granitica. Che dire poi del colpo di scena che agisce da catalizzatore per la conclusione del film? Per certi versi pare ricordare Il Danno di Louis Malle, ma in Io sono l’amore, a differenza della pellicola del regista francese, sembra che la passione sia raffreddata da un agire senza dolore, impossibile nelle circostanze narrate. La decisione finale di Emma non ha lacrime, dubbi o tentennamenti. È la potenza dell’amore o piuttosto l’anaffettività il motore dell’azione? Non è del tutto chiaro. Se davvero Emma, come afferma Tilda Swinton, è una donna capace di confrontarsi con gli assoluti, perché non si raffronta fino in fondo con il dolore totale e totalizzante?


La maggiore qualità del film di Luca Guadagnino è che nulla viene perdonato all’alta borghesia distaccata, ipocrita e cannibalesca. In questo contesto appare eversivo il personaggio di Antonio, giovane cuoco che si ispira alla natura e che è il richiamo all'autenticità. Non può non essere che lui l’elemento demolitore della prigione dorata in cui Emma è rinchiusa: in lui la protagonista riconosce la verità di essere. Tra gli interpreti spicca Alba Rohrwacher nel ruolo di Elisabetta, magnifica nell’estremizzazione della sensibilità e nell’autonomia delle scelte.


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