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Mediterraneo

19/03/2010 12:00

Laura Guglielmo

Recensione Film,

Mediterraneo

Premio Oscar nel 1992 come Miglior Film Straniero e vincitore di ben tre David di Donatello nel 1991 (Miglior film, Miglior montaggio e Miglior fonico di presa

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Premio Oscar nel 1992 come Miglior Film Straniero e vincitore di ben tre David di Donatello nel 1991 (Miglior film, Miglior montaggio e Miglior fonico di presa diretta), Mediterraneo è il titolo che, dopo Marrakech Express (1989) e Turné (1990), chiude la "trilogia della fuga" di Gabriele Salvatores. Tre pellicole in cui il regista eleva a vera e propria poetica un modo di essere e di vivere che si è ormai lavato i panni impegnati delle ideologie. Con un cast di alto livello, Diego Abatantuono, Claudio Bigagli, Giuseppe Cederna, Claudio Bisio, Gigio Alberta, Luigi Montini, Vanna Barba, la firma di Enzo Monteleone nella sceneggiatura, Mediterraneo è una delle prove migliori di Salvatores e del cinema italiano.


Nella primavera del 1941, una pattuglia di soldati italiani riceve l'ordine di presidiare un'isoletta del mare Egeo. Gli otto militari, provenienti da diverse regioni italiane, occupano l'isola apparentemente deserta, in realtà abitata solo da donne, vecchi e bambini scampati alla deportazione nazista. Nel giro di pochi mesi la guerra si dimenticherà di loro e loro della guerra. Il manipolo di soldati, al comando del tenente Montini (Claudio Bigagli), un insegnante di latino e greco appassionato di pittura, non sembra poi così interessato e adatto alla guerra e presto, sfruttando l'isolamento geografico e comunicativo, trascorre il tempo intento a tutt’altre faccende. Cede anche il sergente Lorusso (Diego Abatantuono) che inizialmente era apparso il più coinvolto nella missione militare. Tre anni dopo lo sbarco dei soldati, un aereo da ricognizione italiano è costretto a compiere un atterraggio di emergenza sull'isola e il pilota (Antonio Catania) comunica ai soldati la notizia dell'armistizio dell’8 settembre con gli Anglo-Americani firmato dall'Italia l'anno precedente. Per i soldati questa notizia rappresenta lo scotto con la realtà. Così rientrano tutti in Italia a malincuore, tranne Farina, che nel frattempo ha sposato la bella prostituta Vassilissa, e il soldato Noventa (Claudio Bisio) che già aveva abbandonato da solo l'isola su una barca a remi. Molti anni dopo, il professor Montini accetta l'invito di Farina ad andarlo a trovare sull’isola, ormai non più quella di un tempo. Al suo arrivo troverà lì anche il sergente Lorusso che, deluso dal rientro in Italia, ha deciso anche lui di tornare in quell'oasi.


Capolavoro del cinema italiano, il lavoro di Gabriele Salvatores ha tutto il sapore della nostra penisola, dei suoi stereotipi e delle sue contraddizioni. Otto sono gli uomini, campionario del Bel Paese, che nel loro tentativo di fuggire dalla storia, dalla vita, trovano una loro identità. La maschera di una guerra in realtà mai sentita propria si sgretola, neanche troppo gradualmente, persino per il sergente Lorusso, l’unico che in fondo ci aveva creduto. Lontani dalle spinte ideologiche, dagli impegni sociali e civili, il tenente, il sergente, il soldatino e gli altri, si prendono una vacanza dalla vita collettiva e da una realtà, quella italiana, amara e beffarda. Salvatores conclude così il suo triplice inno alla fuga come poetica del vivere, traducendo la delusione dei giovani degli anni ’40 in quella dei post sessantottini di oggi. Con delicatezza e ironia, Salvatores ci fa naufragare in un ritratto realistico dell’umanità dove però non mancano le sfaccettature di una poesia pacata e le situazioni paradossali di una guerra folle. Abatantuono, Bigagli, Cederna, si concedono completamente davanti alla macchina da presa, sempre misurata e profonda, plasmandosi perfettamente su una sceneggiatura che tiene alto il nome del cinema italiano. Ci si dimentica e ci si perde per ritrovare se stessi. Che sia la fuga la vera strada del ritorno?



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