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Zombi

01/04/2010 10:00

Marco Filipazzi

Recensione Film,

Zombi

Manifesto politico del consumismo senza controllo

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Alcuni critici hanno osservato che il genere horror, più di qualunque altro, si è evoluto nel corso degli anni parallelamente alla società, rispecchiandone le paure, i costumi e le paranoie. Negli anni '20 e '30, quando il mondo appariva ancora sconfinato, gli horror parlavano di mostri provenienti da paesi lontani. Nei '50 le invasioni aliene esorcizzavano la paura della guerra fredda; tra i '70 e gli '80 impazzava la voglia di sconvolgere a ogni costo e sugli schermi scorrevano alcune tra le immagini più crude e aberranti che il genere ricordi. L'horror moderno, invece, è confluito sempre di più nei cosiddetti torture-porno (le saghe di Hostel e Saw - L'enigmista tanto per fare un paio di esempi) che rispecchiano le brutalità umane di un’era senza più ideali.


Ma fra tutti, un regista in particolare è stato capace più di chiunque altro di cristallizzate la società contemporanea, nel corso degli anni, dal 1968 a oggi. George A. Romero è noto ai più come il padre degli zombie cinematografici. La sua saga sui morti viventi è divisa in sei atti: lungometraggi autoconclusivi (salvo per sporadici richiami visibili solo ai fan più accaniti) che coprono un arco narrativo di oltre quarant'anni. In essi Romero ha passato sotto la lente d'ingrandimento gli usi e costumi di una società che si sta lentamente autodistruggendo. Se ne La notte dei morti viventi, uno dei capisaldi del genere, Romero mette in scena un dramma esistenziale che rispecchia i problemi dell'integrazione razziale, dell'emancipazione delle donne, e accarezza il tema dello “smembramento” della famiglia modello, con il sequel, Zombi (il cui titolo originale era Dawn of the dead), si spinge ancora oltre.


La Terra ha una nuova specie dominante: gli zombi. Lenti, goffi e affamati, si sono propagati in seguito all'esplosione di una non meglio precisata epidemia. I pochi umani superstiti cercano di tirare avanti in un mondo che pare non offrir loro più nessuna speranza. Un gruppo di sopravvissuti (due militari e due civili) si rifugia in un grande centro commerciale, trasformandolo nella loro nuova isola felice. L'idillio resiste finché una banda di bikers fa irruzione nel centro commerciale per depredarlo, permettendo agli zombie di entrare. Il pregio di Romero è che i suoi film si prestano a diverse chiavi di lettura. Se ad un occhio superficiale la trama può apparire banale, lo spettatore più attento non può fare a meno di scorgere in essa la società consumistica che andava formandosi negli anni '70, in corrispondenza del fiorire dei centri commerciali. Il protagonista (anche questa volta un attore di colore, David Emge) commenta i morti viventi che assediano il grande magazzino con la frase: «si tratta di qualche istinto che li spinge a tornare nei luoghi che frequentavano da vivi». Perché è così che ci dipinge Romero nel suo affresco apocalittico: come morti viventi che marciano uniformi verso un tempio sacro della società contemporanea, spinti dalla fame (più o meno metaforica) del consumismo. Esseri incapaci di pensare con la propria testa, trascinati da un io comune sempre più dilagante. I protagonisti sono isole in questo oceano privo di reali speranze che, per quanto cerchino di dibattersi, di scappare, di sfuggire al loro destino già stabilito, inevitabilmente rimarranno assuefatti dalla massa brulicante. E Romero, si sa, è uno che non lascia molte speranze.


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