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Mio zio

30/05/2016 11:00

Mattia Caruso

Recensione Film,

Mio zio

Tati vede quello che noi non vediamo più, sente quello che noi non sentiamo più, gira come noi non facciamo...

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Tati vede quello che noi non vediamo più, sente quello che noi non sentiamo più, gira come noi non facciamo. Difficilmente una dichiarazione d'amore diversa da quella di Francois Truffaut avrebbe saputo cogliere allo stesso modo il senso stesso di un cinema unico, geniale, irripetibile come quello del grande cineasta francese. Questo perché davvero Jacques Tati – una manciata di capolavori da lui diretti e interpretati e un personaggio entrato a pieno titolo nell'immaginario collettivo, accanto a Chaplin, Keaton e Max Linder – era un visionario, un innovatore, un talento multiforme capace; con il suo spirito naif e la sua irruenza sovversiva, di cogliere – assai spassosamente – le contraddizioni del vivere moderno e la poesia di un'umanità che, nonostante tutto, continuava a resistere.


Uno sguardo, quello di Tati, capace di irrompere in tutta la sua potenza espressiva già in un'opera seconda come Mon Oncle – Oscar come miglior film straniero nel 1959 – che torna al cinema in una pregevole e coloratissima versione restaurata (seguiranno PlayTime, Les vacances de Monsieur Hulot e Jour de fete), riconsegnando al pubblico e alla sala cinematografica un'esperienza esilarante e decisamente poco convenzionale. Perché nelle buffonerie slapstick di un redivivo Monsieur Hulot, questa volta alle prese con la nuova borghesia cittadina incarnata dalla famiglia degli Arpel, c'è un'idea di cinema assolutamente “altra”. Lo spettacolo - balletto, pantomima, musical hall - è capace di farsiscontro di civiltà, guerra dei mondi a colpi di gag, equivoci e situazioni surreali. Dopo aver sovvertito le manie e i vizi della piccola borghesia in vacanza ne Les vacances de Monsieur Hulot, l'assurdo eroe con impermeabile, pipa e cappello torna in città, in un mondo in continua e inarrestabile trasformazione, scatenando il caos nel quieto, ottuso vivere della famiglia di sua sorella, presa dall'irrefrenabile ascesa sociale e dall'ossessione per la tecnologia. Lo fa con i mezzi che gli sono propri, con lo straniamento alienante delle sue goffaggini e con quell'impacciato e anarchico senso di non appartenenza che rimanda a un mondo perduto il cui ricordo sopravvive nella sua siloutte cartoonesca e inconfondibile e negli scorci di vita quotidiana intravisti in un vecchio, polveroso quartiere del centro di Parigi.


Sono le avvisaglie di un'inevitabile sconfitta quelle che Tati mette mirabilmente in scena – con un uso degli spazi e dell'ambiente fuori dal comune – e che sfoceranno, quasi un decennio dopo, nel trionfo alienante di PlayTime: la sconfitta di un vecchio mondo – dove lo spirito comunitario, la fantasia e la libertà contavano ancora qualcosa – per mano di un universo nuovo, freddo e impersonale, dominato dal profitto, dal superfluo e dal benessere a ogni costo. Mon Oncle, al di là delle trovate comiche e di un gusto ludico formidabile, riesce a essere, allora, anche una dolente ma divertita (e mai cinica) satira sociale e politica, capace di conservare, nonostante tutto, la fiducia in un'umanità che resterà tale finché saprà – sbeffeggiando schemi e imposizioni – ridere ancora di se stessa.



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