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The Neon Demon

07/06/2016 11:00

Riccardo Tanco

Recensione Film,

The Neon Demon

Un thriller psicologico, con sfumature horror, ambientato nel mondo dell'alta moda

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La giovane Jesse (Elle Fanning) giunge a Los Angeles per lavorare come modella. Invidiata per la sua bellezza e travolta dal mondo competitivo della moda, la ragazza si ritroverà in una inevitabile spirale di pericoli.


A distanza di tre anni da Solo Dio perdona, Nicolas Winding Refn torna in sala con The Neon Demon, suo decimo film da regista, presentato in concorso al Festival di Cannes 2016. Dopo aver affrontato, a suo modo, il revenge movie con la sua opera precedente, l'autore danese si rituffa nel genere, realizzando un thriller psicologico con sfumature horror, ambientato nel mondo dell'alta moda. Se con un film come Drive, Refn pareva aver trovato un equilibrio quasi irripetibile tra una visione classica e il suo cinema sospeso e trattenuto ma sul punto di deflagrare, con Solo Dio perdona l'occhio del regista si era forse rivolto al proprio passato in maniera pigra (guardando alla trilogia di Pusher fino al più recente Valhalla Rising), dove l'esercizio di stile prevaricava in maniera netta sulle possibilità del film.


Con The Neon Demon si prosegue la strada di una visione quasi puramente estetica dell'immagine, come dimostra l'incipit immerso nello scuro di cromature e luci dal bagliore viola e blu. É chiaro che Refn, forse anche più di prima, cerca il significato totale e la sintesi del proprio film nella sua profonda anima estetizzante: nello stordire visivamente chi guarda, nell'immersione torbida che possa dire tutto e diventare estasi di stile, tra il biancore delle luci di un locale e il rosso del sangue. Ma, tolta la consapevolezza di trovarsi di fronte ad un film che procede fragile ed intoccabile come il cristallo e che vive di contrasti netti e fin troppo evidenti sia nella messa in scena - come quando associa i colori caldi ed anonimi del giorno con le tonalità fredde ed inquietanti degli ambienti notturni - sia tematicamente, dove il binomio sesso e mortalità risuona troppo ridondante. Un'opera parecchio debole e assente di sguardo, dove Refn cerca la metafora forzata sullo spietato mondo della moda visto come un microcosmo dove per emergere occorre perdere se stessi; usa l'orrore e l'horror come simbolismo ripetuto per l'ossessione di bellezza del mondo contemporaneo. Ma questa fiaba nera e inquietante pare girare continuamente a vuoto e sembra sempre mancare il guizzo e l'idea giusta che possa emergere in mezzo al trionfo un po' vacuo dello stile perfetto.



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