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Gli invisibili

20/06/2016 11:00

Maurizio Encari

Recensione Film,

Gli invisibili

L'indie-drama con Richard Gere, diretto nel 2014 da Oren Moverman

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George, uomo di mezza età, vive da anni per strada. In seguito alla morte della moglie è caduto in un vortice di depressione e alcoolismo dal quale non si è mai ripreso; lo stesso rapporto con la figlia, barista di un locale, non è dei più felici. Conducendo una vita da senzatetto George si trova a trascorrere le sue giornata nei sobborghi di New York, dovendo cercare ogni sera un posto dove dormire. Finché non trova un giaciglio fisso in una struttura che decine di individui nella sua stessa condizione: proprio qui l'uomo conosce Dix, un ex musicista di colore, anch'egli homeless, che lo spingerà a cercare di rifarsi una vita.


L'immagine più potente, nonché costante nelle due ore di visione, è quella di un Richard Gere malconcio e malmesso, perfetta incarnazione del tragico prototipo del senzatetto moderno, muoversi tra le strade di New York ad elemosinare soldi ai passanti. Elemento puramente verosimile, dato che queste sequenze sono state girate in una sorta di stile semi-documentaristico, con lo stesso attore che sostiene di non essere stato riconosciuto dai reali cittadini, ignari di essere a loro insaputa nelle riprese di un film. Si basa su queste geniali ed amare coordinate Gli invisibili, indie-drama diretto nel 2014 da Oren Moverman, regista che nella sua breve ma incisiva carriera dietro la macchina da presa (dopo un ragguardevole passato da sceneggiatore) ha firmato due titoli notevoli quali Oltre le regole - The Messenger (2009) e Rampart (2011), anch'essi incentrati su tematiche di profonda valenza etica. In questo caso ci troviamo dinanzi a un'opera linearmente semplice, ma emotivamente complessa, in grado di raccontare con la giusta aderenza l'universale dramma dei senzatetto e trovando in uno stile scarno il miglior mezzo per sfondare il muro dell'indifferenza. Nella prima parte, in cui il personaggio di George si trova da solo a gironzolare per le strade della metropoli, è assai congeniale l'utilizzo delle voci in sottofondo della massa di persone che si trovano a passare nei dintorni del protagonista, rendendo la sua presenza tristemente impalpabile e invisibile. Questo fattore ritornerà più volte nel procedere della narrazione, quando l'uomo si trova a lottare contro il sistema burocratico per sperare di risollevare la propria condizione. Con un gustoso corollario di figure secondarie e una side-story che diventa ben presto centrale nel rapporto contrastato tra George e la figlia, il messaggio sociale arriva chiaro e netto. Merito anche di una performance da parte di Gere - che ha voluto fortemente la pellicola, tanto da produrla - che commuove con istintiva e dolente naturalezza.



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