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Il diritto di uccidere

12/07/2016 10:00

Roberto Semprebene

Recensione Film,

Il diritto di uccidere

Thriller politico-militare attuale, molto ben realizzato

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Anche la stagione estiva può riservare delle ottime sorprese cinematografiche, fra le quali si inserisce senza dubbio Il diritto di uccidere. Scritto da Guy Hibbert e diretto da Gavin Wood, non è il remake del film degli anni ’50 di Nicholas Ray, ma un thriller politico-militare molto ben realizzato e interpretato da un cast di livello, che annovera Helen Mirren, Aaron Paul e il compianto Alan Rickman.


Le premesse sono estremamente attuali: un colonnello del Regno Unito (Helen Mirren) ha finalmente individuato una terrorista islamica di nazionalità britannica, riunitasi insieme ad altri pericolosi criminali in una casa nella periferia di Nairobi, in Kenia. Dopo aver mobilitato una squadra di intelligence, supportata da un pilota (Aaron Paul) di droni, per spiarne i movimenti e procedere alla cattura, il colonnello decide di dover intervenire con una vera e propria eliminazione. La decisione non sarà semplice e rimbalzerà dai vertici dell’esercito britannico ai maggiori esponenti politici, per arrivare a un epilogo sofferto, dopo un lungo susseguirsi di drammatiche valutazioni e cambi di scenario.


Il film di Wood è efficacissimo nel tenere con il fiato sospeso, raccontando una situazione assolutamente plausibile in cui ragione di stato, sicurezza nazionale, opportunità politica, considerazioni umanitarie e pragmatismo si mescolano e si scontrano in un continuo cambio di prospettive, che procede di pari passo con gli spostamenti di una bambina che vende il pane nei pressi della casa sicura che ospita i terroristi. Il susseguirsi di valutazioni militari e politiche, la non volontà degli esponenti di governo rispetto all’assumersi la responsabilità di un attacco sul suolo di un paese alleato, per quanto concorde, la necessità di rapportarsi con gli Stati Uniti nel merito della questione, la difficile scelta fra il mettere a rischio la vita di un innocente di cui si vede il volto e la possibilità di salvare quella di migliaia di sconosciuti, lo scontro fra le gerarchie e la coscienza personale: ognuno di questi aspetti trova ne Il diritto di uccidere la propria espressione. Ed è difficile anche per lo spettatore assumere una posizione che sia netta rispetto al caso proposto. Un bel film, scritto e recitato con classe, dal ritmo angosciante e dai contenuti duri, affrontati in modo lucido e molto poco retorico. Uno spaccato credibile e duro della situazione in cui oggi devono operare le forze militari, in una guerra asimmetrica e di difficile definizione, dove la consapevolezza che il sacrificio di un innocente potrà contribuire a salvare altre vite, spesso non è sufficiente a far tacere la coscienza.



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