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La famiglia Fang

06/08/2016 11:00

Martina Calcabrini

Recensione Film,

La famiglia Fang

Jason Bateman è un artista versatile e poliedrico, capace di passare velocemente dai set cinematografici alla cabina di regia e preparato persino a svolgere con

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Jason Bateman è un artista versatile e poliedrico, capace di passare velocemente dai set cinematografici alla cabina di regia e preparato persino a svolgere contemporaneamente le due mansioni. Dopo aver dimostrato le sue doti raffinate in Bad Words, Bateman dirige e interpreta anche La Famiglia Fang, fosca e desolata trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Kevin Wilson.


Annie (Nicole Kidman) e Buster (Jason Bateman) sono stati cresciuti da genitori eccentrici e ribelli che utilizzavano la loro “arte sovversiva” per destare le coscienze dei concittadini manifestando il loro dissenso politico e morale. La Famiglia Fang, infatti, era nota al pubblico per le sue performance particolari basate sull’improvvisazione dei bambini che eseguivano alla perfezione il copione di Camille (Maryann Plunkett) e Caleb (Christopher Walken) durante eventi politici e culturali. Dopo anni, stanchi di non poter avere una vita normale come i loro coetanei, i due fratelli si sono allontanati dal nucleo familiare e sono diventati rispettivamente una superba attrice di città e un mediocre scrittore in erba. In seguito a un incidente, però, la famiglia è costretta a riunirsi. Ben presto i lati oscuri del presente e del passato cominciano a emergere sino ad arrivare alla misteriosa scomparsa dei coniugi Fang.


L’idea di vivere la vita come se fosse un’opera d’arte risale alla filosofia estetica dello stravagante scrittore britannico Oscar Wilde, emulato in Italia da Gabriele D’Annunzio. Davanti all’apatia e alla piattezza dei costumi della vigente società borghese, questi artisti proponevano “un’arte capace di sopperire alla mancanza d’arte” cercando di raggiungere un ideale di bellezza assoluta tramite lussuosi suppellettili e sensuali corpi umani. A differenza degli esteti, i protagonisti del film decidono di creare un’arte provocatoria e alternativa trasformando la propria famiglia nella piattaforma di lancio del sarcasmo e dell’ironia nera più spietata. Indossando maschere pirandelliane diverse a seconda dell’occasione, finiscono per smarrire subito le loro identità e per divenire le pedine del loro stesso gioco. Incapaci dunque di agire autonomamente e reagire alle difficoltà della vita, i fratelli si chiudono in una malinconia agrodolce fatta di ricordi confusi e contraddittori. Lo sceneggiatore David Lindsay-Abair – vincitore del Premio Pulitzer per Rabbit Hole – costruisce allora un’opera cinica e disincantata che sembra inizialmente essere un esasperato saggio letterario ma che, ben presto, si rivela uno spietato e cupo affresco storico-sociale.


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