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1001 Grammi

23/08/2016 11:00

Maurizio Encari

Recensione Film,

1001 Grammi

Marie lavora all'ufficio norvegese dei pesi e delle misure insieme al padre Ernst...

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Marie lavora all'ufficio norvegese dei pesi e delle misure insieme al padre Ernst. Scossa dalla recente rottura con l'ormai ex-compagno e costretta ad affrontare le sempre più deficitarie condizioni di salute del genitore, che lo portano ad un improvviso collasso, la donna cerca di farsi forza offrendosi per portare il campione del chilogrammo del suo Paese a Parigi, dove sarà comparato a quelli provenienti da ogni angolo del mondo. Nella capitale transalpina Marie farà la conoscenza di Pi, un ex-fisico ora giardiniere, che la invoglierà a guardare il mondo e la vita sotto un'altra ottica.


Candidato dalla Norvegia, senza successo, come miglior film straniero alla notte degli Oscar 2015, 1001 Grammi è una commedia dolce-amara sul significato dell'esistenza, giocata su un tratteggio minimale che trova in alcuni brevi ma significativi slanci emotivi la sua ragione d'essere. Un cinema tipicamente scandinavo quello del regista Bent Hamer, in una versione più docile e meno istintiva dello stile di Aki Kaurismaki, che riesce comunque a pennellare con piccoli tocchi il diario di una vita prossima a un bivio forse decisivo. La protagonista (una bellissima e bravissima Ane Dahl Torp) subisce inesorabilmente colpi duri da una quotidianità che si accanisce contro di lei con sempre più beffarda crudeltà, mettendola di fronte a un potenziale riscatto e a un possibile nuovo amore. Il cineasta procede sussurrando - senza mai urlare - in questo percorso introspettivo, perdendosi a tratti in passaggi forse gratuiti (il discorso sulle unità di peso che possono causare guerre appare fine a se stesso) ma trova in una messa in scena leggiadra e tranquilla, ben rappresentata da un montaggio volutamente didascalico, il mezzo ideale per scardinare le barriere dei sentimenti e aprire nuovi orizzonti. Novanta minuti di visione che si fanno apprezzare proprio per la loro leggerezza e, pur rischiando a tratti di scivolare in una noiosa placidità, colgono nei piccoli dettagli (le minicar dei due personaggi principali, i controlli all'aeroporto, l'asetticità delle strutture scientifiche) tutte le sfumature di un gioco di opposti che sa rivelarsi molto più profondo della rassicurante apparenza.



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