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Acqua di marzo

16/10/2016 11:00

Valentina Pettinato

Recensione Film,

Acqua di marzo

Parla di una generazione, questo ultimo lavoro di Ciro De Caro

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L’undicesima edizione del Festival è iniziata, così come è iniziata la programmazione dei film di Alice nella città, sezione autonoma e parallela della Festa del Cinema di Roma che quest’anno promette bene. Tra le tante pellicole, oggi è il giorno di Acqua di Marzo, opera seconda del regista Ciro De Caro, che aveva già colpito il pubblico due anni fa col suo primo film, Spaghetti Story, produzione low budget indipendente, rimasta in sala per parecchio tempo proprio grazie al favore degli spettatori. Acqua di Marzo, è un lavoro più intimista e maturo, in cui il regista si allontana dal registro ironico e dalle ambientazioni del suo film precedente, attingendo anche molto dal suo racconto personale.


Libero (Roberto Caccioppoli) è un trentacinquenne che non si rassegna al passare del tempo. Vive con la sua ragazza (Claudia Vismara), ma le cose non gli vanno tanto bene. Torna al sud, nella sua cittadina di origine perché le condizioni di sua nonna si aggravano precipitosamente, e vive un inaspettato tuffo nel passato, in una fase della sua vita che credeva di aver superato. Ripercorre le passioni, l’amore, la vita, di un tempo che era, in cui era, e che ora non c’è più. Da qui tornare al presente non sarà più come prima.


Parla di una generazione, questo ultimo lavoro di Ciro De Caro. Anzi si fa portavoce di un esercito di giovani, di quei ragazzi che fanno fatica a diventare adulti, perché schiacciati dalla presenza, ingombrante, di genitori iperprotettivi che non si rassegnano al passare del tempo, e non si rassegnano al fatto che esistono altre forme di amore, meno invadenti, non per questo meno importanti. Parla di esseri a metà: figli non più figli ma difficilmente adulti e maturi; famiglie smembrate da diaspore della prole, sparsa per l’Italia e non solo per motivi di lavoro e studio, e che, con forza, cercano di mantenere un legame, risultando spesso invadenti, persino dannosi. Benvenuti signore e signori, anche questa è l’Italia, terra bellissima, ricca di contraddizioni, in cui niente è facile, e a volte nemmeno la cosa più naturale del mondo, cioè un processo di crescita. Di questo parla Acqua di Marzo, ma non solo. E’ una pellicola che cerca di raccontare anche i segni che a volte lasciano queste famiglie, sulla pelle di chi, impotente, ricerca una forma in cui sentirsi risolto, compiuto, e ogni tentativo risulta fallimentare. La narrazione si sviluppa tra passato e presente, tra Roma e Battipaglia, ed è un divertente racconto di idiosincrasie collettive. Ragionando per cliché e usando la grammatica dei disagi collettivi, riconosciuti, quasi generazionali, la pellicola è un prodotto che funziona per immedesimazione, almeno di buona parte dei trentenni fuori sede, che si riconosceranno nei dialoghi, nelle telefonate, e anche in una certa irrequietudine che spesso impedisce di vivere serenamente anche i propri sentimenti.


Acqua di Marzo è una pellicola sincera, non c’è dubbio. Anche nella scelta di un registro malinconico e non ironico, che Ciro De Caro abbandona pur padroneggiandolo bene. Encomiabile la scelta, perché simulacro di un tentativo di maturità anche nella scrittura, un po’ meno efficace il risultato perché Acqua di Marzo osa poco, sceglie il cliché, lo usa in maniera intelligente perché ne fa quasi soggetto narrativo, ma a scapito di una certa originalità formale che ci si poteva attendere, e sarebbe stato quel guizzo in più.



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