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2Night

18/10/2016 10:00

Valentina Pettinato

Recensione Film,

2Night

Silvestrini racconta, in una sola notte, il maggior numero di passioni e sentimenti umani

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Roma, piena notte. Siamo in un locale famoso della Capitale, tra la musica alta e i giovani che si dimenano in pista due ragazzi si notano in mezzo alla folla. O meglio: lei nota lui, e lo adesca al bancone del bar. Da lì gli eventi precipitano, la nottata prosegue in una folle corsa in macchina alla ricerca di un benedetto parcheggio. E, sì sa, a Roma non è facile trovare posto: per cui i ragazzi hanno tutto il tempo per fare conoscenza e fare l’alba, intimamente, insieme.


Unico film italiano in concorso nella sezione Panorama Alice, 2Night è l'ultimo lavoro diretto da Ivan Silvestrini, presentato in anteprima all’undicesima Festa del Cinema di Roma. Tratto dall’omonima opera diretta da Roi Werner, 2Night è un film quasi esclusivamente monolocation, girato in notturna all’interno di un’auto. Scritto da Antonio Manca, Antonella Lattanzi e Marco Danieli racconta una serata qualunque di un giovane romano - ma non solo - che cerca una forma di conforto alla solitudine all’interno della movida notturna.


Si tratta di un interessante lavoro di compressione: Silvestrini cerca di collocare all’interno di uno spazio-tempo, limitato all’arco di una notte, il maggior numero di passioni e sentimenti umani. O, ancora più difficile, di comprimerli all’interno dell’abitacolo di una macchina, costretta a muoversi nomade per strade deserte, eppur così vive di significati. Dai cartelli di divieto di sosta ai posti auto per disabili, mai occupati; dai parcheggi isolati, usati per fare sesso occasionale, fino a biglietti dell’autobus e valigie nel bagagliaio. Tutto il panorama dai finestrini è simulacro di sentimenti vaganti, feriti, in cerca di consolazione.


Matilde Gioli e Matteo Martari, unici due protagonisti oltre la città deserta, provano a raccontare nel loro quasi goffo tentativo di prendersi sul serio la difficile arte dell’essere felici ai tempi moderni. Personaggi mobili, transitanti l’uno nell’altra in un continuo gioco di inversione dei ruoli, diventano simbolo dell’assenza di genere, di mancanza di punti fermi. Sebbene delineati precisamente all’inizio del film, la caratterizzazione dei protagonisti vira continuamente dal cliché di partenza: lei è spregiudicata, ma poi ha derive fragili e timide; lui è controllato e preciso, ma ha scoppi d’ira improvvisi. Quello che si percepisce dalla visione del film è che siamo permeati dalle regole della finzione sociale; il passaggio dal piano reale al piano ideale è sempre un salto in bunjee jumping, e chi ne esce ferito è solo l’animo, mai il corpo. Il film, pur con limiti manifesti- dialoghi poco originali, dinamiche banali ed eccessi telefonati - ha un merito: un buon ritmo e un forte impatto visivo. Il problema è che resta appannaggio di una nicchia ristretta di pubblico capace di cogliere alcune sfumature reali da far spavento, così tanto da imporsi sulle défaillance narrative. Il racconto paga però lo scotto di aver riprodotto una dimensione urbana - veloce, mordi e fuggi - che sovrasta i personaggi, la loro recitazione, il loro stare al mondo. E li schiaccia, definitivamente.


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