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Il Volto di Milano

28/10/2016 11:00

Vincenzo Trapanese

Recensione Film,

Il Volto di Milano

Un racconto di Milano, in un documentario indipendente e autofinanziato

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Il regista Massimo Zanichelli racconta Milano in questo documentario indipendente e autofinanziato. Una visione polifonica della città meneghina, iniziata nel 2014 alle porte di Expo, che si struttura con le interviste a quattro personaggi scelti per raccontare la città: il giornalista Gianni Mura, lo scrittore Giorgio Fontana, la regista Marina Spada e l’artista visiva Maia Sambonet.


Un racconto scorrevole dove non mancano le suggestioni. Molta attenzione viene infatti data alle riprese fatte agli artisti di strada che, in mezzo alla fiumana di gente in movimento, si fermano per regalare musica o performance che fanno bene allo spirito: vengono rappresentati in contrapposizione a immagini che raccontano della solitudine dell’uomo nella metropoli. I quattro personaggi che narrano la città sono di indiscutibile caratura artistica; il fatto che appartengano all’arte - nel suo significato più vasto - lascia allo spettatore considerazioni raffinate e poetiche, ma non sembra aprire nuovi chiavi di lettura. Un viaggio sincero per le strade e i luoghi più interessanti di Milano, in cui le immagini accompagnano con dinamicità storie e impressioni, critiche ed emozioni di chi ha scoperto e continua a scoprire luoghi. Un amore sofferto e non facilmente guadagnato, tra ricordi di quello che era Milano e di ciò che ancora deve essere. Perché, prendendo in prestito le parole del poeta e scrittore Aldo Nove: “Milano non vuole sapere di essere se stessa, vuole sempre diventare qualcos’altro”.


I contenuti di questo documentario non sono particolarmente innovativi. Per l’ennesima volta ci viene raccontata una Milano che alla prima impressione spaventa, che è gelosa delle sue bellezze. Vengono seguiti i suoi abitanti, instancabili lavoratori, rapiti da una indomabile fretta. E non manca qualche richiamo nostalgico a personaggi della Milano degli anni ’60 come Enzo Jannacci e Cochi e Renato. La parte sicuramente più interessante è senz'altro l'analisi del mutamento della città, del suo prorompente multiculturalismo - con l’integrazione degli stranieri - e delle nuove strutture architettoniche che ne cambiano l’aspetto. Le riprese evitano i canoni classici del documentario: la regia di Zanichelli è molto viva e fluida, la fotografia è limpida e pulita. Emozionanti gli skylines, che raccontano la trasformazione della città, e interessante la scelta di inquadrare “angoli” o dettagli, come per esempio le guglie del Duomo, senza mai fornire campi totali sui monumenti. L'effetto cartolina può quindi dirsi evitato.



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