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Ouija - L'origine del male

03/11/2016 12:00

Maurizio Encari

Recensione Film,

Ouija - L'origine del male

1967, Los Angeles...

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1967, Los Angeles. Alice Zander, donna vedova e con due figlie a carico (la quindicenne Paulina e la più piccola Doris), cerca di sopperire alle difficoltà economiche organizzando finte sedute spiritiche atte a evocare i cari estinti dei suoi clienti; peccato che i diversi riti siano per l'appunto solo un'enorme truffa. Quando decide di acquistare una tavola ouija per variare la sua attività lucrativa cominciano però i guai: Doris infatti sembra in possesso di reali poteri da medium e non ci vuol molto che la bambina venga posseduta da uno spirito maligno, scaraventando l'allegra famigliola in un vero e proprio incubo a occhi aperti.


Raramente un capitolo 2 risulta meglio dell'originale e Ouija - L'origine del male può dirsi fieramente appartenente a questa ristretta categoria. In realtà in questo caso ci troviamo di fronte ad un prequel ambientato negli anni '60 che, a dispetto del suo mediocre predecessore, concentra tutte le sue armi filmiche su una costante ricerca dell'atmosfera, mettendosi al servizio di una narrazione semplice ma coinvolgente al punto giusto, limitando gli spaventi puramente di genere alla parte finale e giocando la maggior parte del minutaggio su un crescendo di tensione emotiva atto a indagare nelle dinamiche familiari. Mike Flanagan, già dimostratosi regista intelligente sia in Oculus - Il riflesso del male (2013) che nei più recenti Il terrore del silenzio (2016) e Somnia (2016), si conferma abile nel dosare i modi e i tempi lasciando il corretto spazio a tutti i personaggi e sfrutta al meglio l'ambientazione temporale, curando al dettaglio costumi e scenografie per immergerci in una storia dell'orrore dal sapore piacevolmente anacronistico in cui gli spaventi sono soltanto un surplus alla magnetica inquietudine a cui si affida il racconto. I momenti di puro terrore, seppur come detto alquanto limitati, sono realizzati seguendo sì alcuni cliché del filone (con tanto di palesi riferimenti a L'esorcista, 1973) ma con effetti speciali raffinati che ben si adattano ad un contesto nel quale niente e nessuno può dirsi realmente al sicuro.



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