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La ragazza del treno

07/11/2016 12:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

La ragazza del treno

Rachel (Emily Blunt) è una donna sola, che soffoca nell'alcol il dolore per un divorzio mai accettato...

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Rachel (Emily Blunt) è una donna sola, che soffoca nell'alcol il dolore per un divorzio mai accettato. Ogni giorno prende lo stesso treno e dal finestrino osserva i passanti, immaginando le loro vite: è in particolare nei panni della bella Megan (Haley Bennett), felicemente fidanzata, che Rachel si sente subito a suo agio. Così, nel momento in cui vede la ragazza in compagnia di un altro uomo, tutte le sue delusioni vengono a galla e la reazione è estrema. Quando Megan scompare, Rachel è disorientata. Cosa ha a che fare lei con la scomparsa di questa donna?


Già nel 2011 Tate Taylor in The Help dirigeva una vicenda tutta al femminile osservata dagli occhi vispi di Skeeter (interpretata da Emma Watson), aspirante scrittrice. Dopo, l'intervallo di Get on Up, biopic dedicato a James Brown, Taylor torna alla regia di una storia che ha per protagoniste le donne e che, anche stavolta, non concede allo spettatore uno sguardo diretto ma un'osservazione che passa per il personaggio di Rachel, prima spia e poi detective. Dal finestrino del treno su cui ogni giorno e ogni sera, tornando a casa, appoggia la sua testa stanca, confusa dall'alcol e dai ricordi, una sera Rachel vede qualcosa che vale la pena osservare. Inizia da qui un thriller che sfida le convinzioni e le previsioni del pubblico in sala. La regia di Taylor, come anche la sceneggiatura di Erin Cressida Wilson, sembrano mettere insieme il thriller fincheriano (in particolare le atmosfere dell'ultimo Gone Girl ma anche le soluzioni esplicite di Millennium - Uomini che odiano le donne) con una marcata impronta hitchcockiana: un vetro da cui guardare, in passato di una donna e una donna senza passato.


Emily Blunt, che già in Sicario aveva mostrato di saper dominare la scena, si cala perfettamente nei panni di una protagonista/investigatrice con molto da redimere. Il crime diventa la soluzione per risolvere i propri conflitti e trovare una meta al suo viaggiare in treno. Dal romanzo originale di Paula Hawkins la storia si sposta da Londra a New York in un'idea cinematografica piuttosto vincente: dove, se non nella città che non dorme mai, può essere più difficile focalizzare davvero lo sguardo su qualcosa? Ma se Tate Taylor in The Help si era mostrato dotato di uno linguaggio personale, a La ragazza del treno pare mancare una direzione forte: incapace di scegliere tra il thriller fincheriano e il brivido hitchockiano, tra la dura messa in scena del male e l'intrigo più sottile. All'intero film manca uno stile definito, che possa unire suggestioni tanto diverse. Inoltre, la scelta della voce fuoricampo appare da subito come una scelta pavida e straniante, come se ci fosse bisogno di tematizzare ogni singolo punto. Forse, partendo da un'idea così quotidiana e calzante - l'ossessione per l'osservare la gente sui mezzi pubblici - c'era solo davvero bisogno di concepire una protagonista più empatica, affascinante come Emily Blunt, ma decisamente meno apatica o meno folle.



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